Tra oggi e domani il Partito popolare europeo eleggerà il suo candidato alla presidenza della Commissione europea. Irrilevante l’assenza di Silvio Berlusconi, ma in Italia non si è parlato di altro.

La due giorni a Dublino (6 e 7 marzo) è di quelle che contano. Contrariamente a quanto si temeva nei mesi scorsi, il Partito popolare europeo PPE eleggerà prima delle elezioni europee di maggio il proprio candidato alla Commissione europea per il dopo Barroso. Qualche mese fa le malelingue dicevano che i popolari preferissero lasciare mano libera al Consiglio europeo (summit dei capi di Stato e di Governo Ue) così com’è avvenuto finora. Infatti, sia pur dovendo “prendere in considerazione il risultato delle elezioni europee”, il Consiglio europeo ha sostanzialmente carta bianca nel nominare il numero uno dell’Esecutivo comunitario.

Tre i candidati popolari ufficiali sul tavolo: Valdis Dombrovskis (Lettonia), Jean-Claude Juncker (Lussemburgo) e Michel Barnier (Francia). Da statuto, ogni candidato deve essere supportato dal proprio partito e da altri due partiti nazionali appartenenti alla grande famiglia dei popolari (73 partiti provenienti da 39 Paesi).

Il totoscommesse da Jean-Claude Juncker come favorito, non solo per il suo recente passato europeo ad alto livello (a capo dell’Eurogruppo per nove anni) ma per i partiti che lo appoggiano: la CDU tedesca e la Nea Demokratia greca. Ovviamente questa “strana coppia” non è casuale ma espressione della chiara volontà di presentarsi come il candidato delle “due Europe”… quella che comanda e quella che obbedisce.

Discutibile, invece, la candidatura del francese Michel Barnier, attuale Commissario Ue al Mercato interno. A Bruxelles nei mesi scorsi, l’ipotesi che presentasse la propria candidatura è stata trattata come una boutade, quasi schernita con la scusa che Barnier parla sempre in francese perché non sa bene l’inglese. Battute a parte, la sua candidatura è arrivata, appoggiata dal suo partito, l’UMP del redivivo Nicolas Sarkozy, dal slovacco Nsi e dall’unghese Fidesz. Si Fidesz, proprio, il partito di Viktor Orban, il “mezzo dittatore” di Budapest al centro delle cronache europee per le sue leggi liberticide. Un appoggio voluto espressamente da Barnier o l’ultima carta di chi non ha trovato di meglio?

Ma una terza considerazione si impone: l’Italia è assente al cento per cento. Non abbiamo candidati, né partiti che appoggiano candidati altrui – non fosse altro che per mero calcolo politico – né tanto meno abbiamo partecipato al dibattito su questa elezione. Eppure parliamo di uno dei due partiti europei che manderà uno dei suoi sulla poltrona più importante di Bruxelles, la Commissione europea (l’altro partito è quello socialista con il candidato Martin Schulz).

Il dibattito politico e mediatico italiano ha ruotato attorno alla “scandalosa” per alcuni e “sacrosanta” per altri interdizione di Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, a recarsi al summit popolare a Dublino. Un’assenza che, diciamocela tutta, importa soltanto a noi. La Germania, nel frattempo, ha da una parte il candidato socialista e dall’altra appoggia con il suo principale partito (CDU) il favorito a diventare il candidato ufficiale popolare. E poi abbiamo pure il coraggio di parlare di “antigermanismo”. Insomma, provincialismo o colpevole ignoranza? Decidete voi.

@AlessioPisano
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