Gli uomini di potere dopo il potere. Fanno una fatica bestiale per arrivarci, toccarlo con un dito, convincersi in qualche modo di stringere in un pugno i destini del mondo. Ma spesso, quando arrivano là dove hanno sempre sognato, vengono colti da quella che si chiama la paura di perdere tutto. Come in una partita di poker dove è necessario il coraggio: bisogna scoprire le carte dell’avversario. Ci sono persone, politici, giornalisti, manager, che seppur non arrivati all’età della pensione, hanno perso tutto per una semplice combinazione del destino. E dopo è stata la catastrofe: essere riveriti, esercitare pressione, più o meno reali, e non poterlo più fare, può essere la rovina. E così ricorrono per anni agli psicofarmaci, alla terapia, cambiano il carattere. Vivono con l’ansia che col potere se ne sia andata in qualche modo la loro vita.

“Basterebbe prepararsi un dopo”, dicono gli analisti. “La vita lavorativa è solo uno dei tanti passaggi. C’è un prima e un dopo che, spesso, temporalmente, è molto lungo. È importante. Bisognerebbe convincersi che viviamo solo delle fasi e in tutte è possibile cogliere un aspetto molto interessante”. Ma il potere? Il potere dà alla testa. Convincersi in qualche modo di avere in mano il destino di altre persone è cosa che può far inebriare. Ma inevitabilmente se ne va. Ci sono esempi a non finire. Quello più esemplare, forse, dal punto di vista mediatioco, è quando Arnaldo Forlani viene interrogato dall’allora pubblico ministero Antonio Di Pietro. Quel giorno, in quell’aula, Forlani capisce che la sua vita, da quel momento in poi, non potrà più essere la stessa. Reagisce in maniera quasi infantile, meno fintamente fiera rispetto alla reazione di Craxi. Ma in quel momento avevano perso la loro vita. Craxi, raccontano i medici, morì anzitempo per quella che fu la sua fine politica: di colpo le sue difese immunitarie smisero di reagire al diabete.

(Nella foto, Arnaldo Forlani)

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Il fatto Quotidiano, lunedì 24 febbraio 2014