Tutti allenatori di calcio e critici di cinema, in Italia. Sono consapevole che scrivere questo post mi espone (come in un cortocircuito) al rischio esatto di critica su ciò che voglio argomentare: il ritagliarsi l’ennesimo spazio personale per lasciare un parere, un’opinione su un fatto. Mentre digito sulla tastiera mi accorgo però di avere meglio compreso la sostanza da trattare; la quale, solo in parte, riguarda la questione del perché, ma tenta – piuttosto – di indagare come la si manifesta. Parliamo ancora una volta del tanto chiacchierato film di Paolo Sorrentino. In questi giorni ne ho lette talmente tante che trovo inutile riportarne, a testimonianza, alcuni virgolettati. Potete farlo tranquillamente voi aprendo una qualsiasi pagina Facebook.

Il social network in questione ha subissato quella profezia, tanto vera quanto inflazionata, di Warhol rispetto ai quindici minuti di celebrità a disposizione di ciascuno, sdoganandola a un tempo indeterminato. Provo però a non allargare il campo, sempre per via di non mordermi la coda, e cerco di discutere su un sapere che ho continuato a coltivare in questi ultimi anni, il cinema. Mi torna così alla mente Moretti in Sogni d’oro che, mentre accosta l’auto, urla: “E poi diranno che un film furbo, banale, scontato, facile. Tutti si sentono in diritto, in dovere, di parlare di cinema […] Parlo mai di astrofisica, io? Io non parlo di cose che non conosco”. Quindi esce furente, fa qualche passo sul marciapiede e, poco dopo, lo vediamo come sconsolato ripiegare su una pasticceria rassicuratoria. Forse perché, in fondo, ha già capito di non poter convincere i suoi amici – contrari – alla sua tesi, e quindi in pieno potere di esprimersi. Tant’è… almeno mangiamoci la Sacher Torten!

Quello che osservo in questi giorni, oggi soprattutto (dopo il passaggio in prima serata di ieri), è uno sproloquio continuo sul lungometraggio. Ognuno si sente in dovere di comunicare un parere agli altri, condividerlo, per non sentirsi in difetto, forse, su un argomento di attualità. Dopo tutto ha vinto un Oscar. Si dirà come per la tv: basta spegnere. Se è l’unica soluzione, la adotteremo. Anche se la faccenda abbraccia marginalmente il problema (espresso da Moretti nel film) sulla legittimazione che si possiede per esprimersi su quel dato argomento. Ho letto opinioni di “addetti ai lavori”, tanto come quelli di spettatori saltuari, che riferiscono con una tale leziosità sul tema da annichilire la materia stessa di cui sono “addetti” o pubblico. Lungi da me difendere (non credo il regista in questione ne abbia bisogno) o vietare i commenti. Parlare di cinema è di per sé qualcosa di positivo, che fa bene al cinema, anche laddove un’opera divide. A patto però che non sconfini nella vacuità dei pensieri, dell’insulto gratuito, nell’illazione. Serve sempre tenere presente la dialettica con cui ci si esprime su una forma d’arte. La rete non avrà filtri ma noi, i nostri, dobbiamo farli funzionare.

Prima di sentenziare su un autore dal mestiere ultradecennale come Sorrentino e, insieme a lui, su chi ha lavorato a questo suo lavoro, bisognerebbe fermarsi a riflettere. Cercare di comprendere l’opera di un regista in un percorso complessivo che ha alle spalle probabilmente film che ci hanno segnato. La sua ambizione in una nuova avvenuta, complessa, sofisticata. Questo non toglie il fatto che, in ultima istanza, possiamo mantenere delle riserve o arrivare a un giudizio negativo, ma ponderandolo. A meno che non ce ne si veda un’operazione squisitamente furba o disonesta. Non credo, francamente, di essere in presenza di ciò. Altrimenti si arriva a un piano becero di giudizio, i toni assumono quelli radicalizzati delle tifoserie e questo non fa bene al cinema. Bisogna mostrare rispetto per la cultura se la si vuole salvaguardare, non lasciandosi trascinare da una certa tendenza.