Se già all’inizio degli anni ’70 David Bowie evocava la Life on Mars, è probabile che il Celeste Senatore ed ex-governatore lombardo Roberto Formigoni, appena incappato in un rinvio a giudizio per associazione a delinquere e corruzione, stia cercando di capire se, invece, c’è corruzione su Marte. Le carte della Procura, infatti, parlano chiaro: tra le migliaia di pagine di consulenze e ricerche fittizie, frutto di copia-incolla di improbabili materiali scaricati da internet e utili secondo l’accusa solo a giustificare i 56 milioni di euro restituiti dalla fondazione Maugeri ai faccendieri procacciatori di sontuosi rimborsi pubblici regionali, ce n’è persino una avente ad oggetto proprio la valutazione della “possibilità di vita su Marte” – si presume nell’intento di verificare se il modello privatistico e neoliberista della sanità lombarda, artefice di tante fortune private costruite dal nulla in pochi anni, fosse esportabile anche  in ambito extraterrestre.

Più prosaicamente, la parabola di Formigoni e la strategia processuale adottata dai suoi legali permettono di catturare alcuni profili della nuova corruzione post-Tangentopoli, fermo restando che siamo soltanto al rinvio al giudizio e che il processo è ancora da fare. Venuto meno il ruolo di “regolatori nell’accesso” al gioco delle tangenti ricoperto fino all’inizio degli anni ’90 dai buoni, vecchi partiti di una volta, ormai i canali per selezionare e contingentare gli ingressi alla grande mangiatoia della sanità regionale richiedono altri referenti, preferibilmente – vista l’opacità degli affari da trattare – depositari di inossidabili legami personali, rapporti fiduciari saldi, meglio se cementati da una comune militanza di matrice cattolico-affaristica. Si spiega così il ruolo centrale dei faccendieri, tutti legati a doppio filo al Celeste e a Comunione e Liberazione, pronti addirittura a immolarsi senza cedimenti dopo condanne ad anni di carcere, persino più allineati del Primo Greganti-compagno G di una volta.

La loro possibilità di carriera e sopravvivenza professionale discende infatti in via esclusiva dalla protezione del Dominus, a sua volta terminale politico della potente rete imprenditoriale-lobbistica targata Cl. Prendiamo Pierangelo Daccò, passato alle cronache come operoso travel agent di Formigoni. Non ha particolari competenze in campo sanitario, vi opera semplicemente perché la ricchezza delle poste in palio, l’ampia discrezionalità delle decisioni, il valore di relazioni e “benevolenze” individuali amplificano la domanda di servizi di prevenzione e risoluzione di problemi, qualità che gli è valsa circa 70 milioni di euro di “consulenze” dal 2004: “Sapevo come risolvere i problemi — dice di se stesso Daccò — so come funzionavano gli ingranaggi in Regione”.

Ma gli ingranaggi, si sa, di tanto in tanto vanno oliati. E allora finisce per somigliare al signor Wolf immortalato da Quentin Tarantino in Pulp Fiction questo faccendiere, almeno nelle parole del suo braccio destro: “Risolveva problemi su rimborsi e finanziamenti per enti che facevano fatica a ottenerli. Attività basata, più che su competenze specifiche, su relazioni personali che Daccò aveva in Regione”. Quanto sia desiderabile coltivare un terreno facilitato di relazioni coi vertici istituzionali – colmando le distanze siderali che valgono per i comuni mortali – lo confermano gli stessi “acquirenti” di protezione, i vertici amministrativi della fondazione Maugeri, beneficiari di circa 200 milioni di euro di rimborsi regionali nel decennio.

Così descrivono la coppia “il gatto e la volpe”, ossia Daccò-Simone: il primo è riconosciuto come un soggetto con “moltissima influenza nell’assessorato alla Sanità (…) molto importante in Cl, per i suoi rapporti con il presidente della Regione”, ma “sicuramente Simone (ex-assessore regionale proprio alla Sanità) contava più di Daccò (…) o arrivavi direttamente dal Presidente Formigoni oppure era Simone che andava, anche se Daccò, di fronte a qualche problema più difficile da risolvere, diceva che ne doveva parlare a Formigoni perché andiamo in vacanza insieme”.

Si capisce perché la linea difensiva del pool di avvocati di Formigoni sottolinei l’assenza di un preciso “atto corruttivo” riconducibile personalmente al Celeste, quello che il codice penale si ostina a definire “atto d’ufficio” ovvero “contrario ai doveri d’ufficio”. Ci sono, è vero, una quindicina di delibere regionali con facilitazioni e rimborsi elargiti generosamente al gruppo Maugeri, ma naturalmente è l’intera Giunta a prendersi la responsabilità di coprire d’oro la Maugeri e le altre cliniche private, senza che mai l’allora Governatore debba sporcarsi le mani. Semplicemente perché diversa è la sua funzione, di altra natura le sue prestazioni. Non deliberare, bensì fornire un servizio di livello superiore: assicurare agli operatori privati della sanità lombarda che tutto fili liscio nei loro tortuosi e imponderabili contatti con la burocrazia e la politica regionale, come un Santo Protettore dal quale invocare – se necessario – la grazia, naturalmente dietro congruo obolo – si ipotizzano almeno 8 milioni di euro tra vacanze extra-lusso, noleggio yatch, cene elettorali, acquisti immobiliari a prezzi di saldo, creme di bellezza.

Proprio come un Santo Protettore, i pur consistenti poteri esercitati dal Celeste in ambito politico-istituzionale non sono che il riflesso di un’autorità ben più alta e consolidata della sua. La grande ombra di Comunione e Liberazione si staglia infatti sull’intera vicenda, come centro di potere capace di imporre regole e prevedibilità nell’assalto alle casse regionali, appianando attriti e “tenendo in riga” tutti i protagonisti – politici, dirigenti, imprenditori, mediatori – di questa rete di scambi altrimenti ad alto rischio. Insomma, quasi come i buoni, vecchi partiti di una volta…