Nell’estate del 1986 una barca si aggira per il Mediterraneo. Si chiama Jamin-a. Qualcuno le ha affibbiato un perfido soprannome, “lo scoglio”, a causa della sua scarsa velocità. Ma i due signori che ci viaggiano a bordo non sembrano avere fretta, anzi. Per due mesi e mezzo vagheranno tra le onde del greco mar alla ricerca di… un seguito. Fabrizio De André e Mauro Pagani sono a caccia di suoni, profumi, atmosfere e strumenti per proseguire il discorso aperto con Creuza de mä, uscito nel febbraio del 1984, esattamente 30 anni fa. Come se quelle sette canzoni che piombarono come una rivoluzione nel panorama sonnolento della canzone italiana non avessero esaurito la forza propulsiva di un progetto, di un sogno, di un’alchimia miracolosa, capace di portare un disco scritto in un genovese letterario, incomprensibile ai più, nella hit parade, ma soprattutto nel cuore di migliaia di persone. È De Andrè in particolare a credere che la storia non possa finire lì. Pagani è più scettico. Risultato: tornano abbronzati, ma senza neanche una riga, una nota, un’idea.

Il seguito vero e proprio del disco non ci sarà. Ma la storia non è finita lì. È proseguita nella facciata B de “Le nuvole”, che è un’ideale appendice di quel mondo e di quelle sonorità. E anche in “Anime Salve”, dove le tinte mediterranee continuano a colorare (anche se più tenuamente) l’ultimo capolavoro di De André. E non è finita lì perché quel disco, che David Byrne considerava uno dei migliori dieci in assoluto degli anni ’80, non è invecchiato nemmeno un po’, come ha ammesso lo stesso Byrne in un’intervista recente: “Non ho più sentito nulla di lontanamente paragonabile a Creuza de mä, che infatti continuo a duplicare – illegalmente! – per un sacco di amici americani”.

Oggi che mi trovo tra le mani il bellissimo libro-cd uscito per festeggiare i 30 anni di Creuza de mä, sfoglio le pagine ritrovando intatto e vitale quel piccolo mondo di marinai, prostitute, pittime, vicoli e creuze, quella Genova un po’ immaginaria che sa ancora tradursi in suggestioni letterarie, immagini, racconti, quella voce e quei suoni che sanno ancora farsi ascoltare, per la milionesima volta, senza che un graffio del tempo l’abbia minimamente scalfito (anche grazie al rispettoso remissaggio curato da Mauro Pagani, una specie di spolverata). E, con la solita trepidazione di noi affetti da questa strana forma di dipendenza, mi appresto a salire a bordo di quella barca, magari un po’ lenta, ma capace di non arenarsi mai.

intu mezu du mä
gh’è ‘n pesciu tundu
che quandu u vedde ë brûtte u va ‘nsciù fundu
i ntu mezu du mä
gh’è n’ pesciu palla
che quandu u vedde ë belle u vegne a galla

Colonna sonora