Vladimir Putin ordina lo stop alle esercitazioni delle truppe russe dislocate nei distretti occidentale e centrale della Russia. Manovre che sono partite il 26 febbraio, giusto un giorno prima che gruppi armati prendessero il controllo delle sedi del governo e del parlamento della Repubblica autonoma di Crimea. Ora la penisola è totalmente nelle mani delle forze speciali russe prive di insegne, che senza sparare un colpo hanno circondato le basi militari ucraine. Lo stop alle manovre dell’esercito sui territori russi non lontani dall’Ucraina, quindi, non cambia l’equilibrio delle forze nella crisi di Crimea. 

“La fine delle esercitazioni e la ritirata delle truppe nelle basi della loro dislocazione permanente significa che la Russia non ha intenzione di intervenire nelle atri regioni dell’Ucraina. Anche se quest’ordine non si rifletterà in nessun modo sul destino della Crimea”, ecco il commento dell’esperto militare Aleksandr Golts alla radio Eco di Mosca. Nei giorni scorsi, infatti, i sostenitori della Russia hanno preso d’assalto stabili istituzionali nelle principali città dell’Ucraina Orientale. A Kharkiv, sulla la sede della Regione è stata alzata la bandiera russa, mentre ieri i filorussi hanno fatto irruzione anche nell’edificio dell’amministrazione di Donetsk, la città natale del presidente destituito Viktor Yanukovych. Anche se nelle regioni orientali dell’Ucraina i militari russi ancora non si sono visti, a differenza della Crimea.

L’annuncio dello stop alle manovre nei distretti occidentale e centrale della Russia è stato dato dal portavoce di Putin, Dmitry Peskov. Sempre secondo il portavoce, la decisione di Putin è arrivata dopo la trasferta al poligono Kirillovsky, nella Regione di Leningrado. Lì, ha assistito alle esercitazioni delle truppe russe insieme al ministro della difesa Sergey Shoigu, ed è rimasto soddisfatto della relazione predisposta dagli ufficiali. All’avvio delle manovre di circa 150mila militari in centro-ovest del Paese, è stato proprio Shoigu a sottolineare che non avevano alcun rapporto con la crisi di Kiev, anche se non aveva escluso che si potessero svolgere anche ai confini con la Crimea.

Peskov ha reso nota la notizia della ritirata dell’esercito russo a pochi minuti dell’apertura della borsa di Mosca. Non si può escludere che l’annuncio sia legato proprio a un tentativo di invertire l’andamento negativo dell’indice Micex condizionato dalla crisi in Crimea. Il 3 marzo, infatti, la borsa della capitale russa ha chiuso in calo del 10,8 per cento. Trend oggi invertito, con l’indice Micex che apre a + 1,5 per cento, anche grazie all’ordine di Putin di concludere le manovri militari delle truppe russe. Fermato anche il disastroso calo di rublo rispetto a euro e dollaro.

Intanto continua la guerra di parole tra il Cremlino e la Casa Bianca intorno alle reciproche minacce delle sanzioni economiche. L’isolamento economico della Russia prospettato dal segretario di Stato americano John Kerry non spaventa l’uomo forte di Mosca, il consigliere di Putin, Sergey Glazyev. Prima che scoppiasse la rivoluzione ucraina, è stato proprio Glazyev, partecipante del Forum eurasiatico di Verona ad ottobre scorso, ad usare toni forti parlando dell’avvicinamento tra Kiev e Bruxelles. Ora l’emissario del Cremlino alza di nuovo il tiro. Le sanzioni degli Usa e dell’Ue, dice, potrebbero rivoltarsi contro di loro, senza danneggiare la Russia. Che è pronta a lasciare il dollaro per creare il proprio sistema di calcolo e pagamenti. In questo caso, però, minaccia il consigliere di Putin, le banche statunitensi non potranno riavere i prestiti che hanno rilasciato alle strutture statali russe.

Per l’Ue invece spunta di nuovo il fantasma della crisi energetica come nel 2009, sempre a causa dei dissapori tra Kiev e Mosca. “Se parliamo delle sanzioni economiche da parte dell’Ue, per loro trasformeranno in una catastrofe economica”, minaccia Glazyev. Che poi traccia questo scenario: “Visto che lo stop alle forniture del gas russo non può esser compensato a breve termine, significherà l’aumento dei prezzi delle fonti energetiche in Europa, del qualche beneficeranno gli americani”. Nell’ottica del Cremlino, gli Usa stanno spingendo l’Europa alle sanzioni contro Mosca per guadagnarsi una vasta quota del mercato europeo che potrà assorbire lo shale gas, sul quale ora stanno puntando gli States.