E’ oramai quasi un ricordo d’infanzia, di quei ricordi che non sono mai stati i nostri: gli archi che si impongono violenti sulla massa corale nella riesposizione del celebre tema, dopo la marcia del tenore nel finale della Nona di Beethoven, poi un accelerando inaspettato nella coda, una corsa a precipizio verso gli accordi finali. La Nona per la riapertura di Bayreuth, agosto 1951. Uno degli incunaboli dell’industria discografica mondiale. Tre anni dopo, e quindi sessant’anni fa, una polmonite malcurata privava il mondo di uno dei maggiori direttori d’orchestra di ogni tempo: Wilhelm Furtwängler.

L’etichetta Orfeo ha riunito le registrazioni integrali superstiti dei suoi concerti viennesi dal 1945 al ’54. La Audite aveva fatto la stessa cosa con le registrazioni Berlinesi dello stesso periodo, si può dunque avere oggi un ritratto a tutto tondo del maestro a contatto con le due orchestre con cui ha collaborato di più, i Wiener e i Berliner Philarmoniker. Del resto il repertorio contenuto nei due cofanetti è sostanzialmente lo stesso, se si eccettua Bach, presente con due incisioni della Passione secondo Matteo nel solo box viennese. Perché, come è noto, il repertorio d’elezione di Furtwängler è stato grosso modo quello austro-tedesco da Beethoven a Brahms. Un Beethoven epico, naturalmente, fuori da ogni filologismo, ma portatore di una visione etica e da una tensione inarrivabili, un grandioso affresco ancora tutto nel solco wagneriano, tempi dilatati, in genere, ma estremi comunque, anche nelle improvvise accensioni di rapidità.

Il suo Bach è distante anni luce dalla più corretta visione storica che oggi preferiamo, ma ha il suo fascino tutto legato alla linea che arrivava a Furtwängler direttamente da Mendelssohn: quella della riscoperta di Bach come archetipo della musica occidentale, e che andava eseguito con la cadenza, il passo e la casta flemma di una messa di Bruckner. Brahms e Bruckner, appunto hanno rappresentato il cuore del suo repertorio, quello emotivo. Precoce compositore Furtwängler ci ha lasciato tre sinfonie (di cui la Seconda presente anche nel cofanetto Orfeo) di chiaro stampo tardo romantico. Le sue esecuzioni di Brahms sono brucianti, piuttosto snelle nei tempi, così come quelle di Bruckner, tranne piccole oasi di vertiginosa estasi in alcuni movimenti lenti (si ascolti il vasto affresco delle due Ottave di Bruckner viennesi), il fatto è che in Beethoven Furtwängler trovava la sua dimensione etica, l’abbraccio verso l’umanità, il messaggio ottimistico; in Brahms e Bruckner era il suo mondo emotivo, la sua vita stessa di compositore (tanto che la sua Seconda sinfonia fu salutata come la Decima di Bruckner…).

Purtroppo del Requiem Tedesco non abbiamo una registrazione integrale degna di questo nome, quello che ci resta della testimonianza delle esecuzioni di Stoccolma sono di suono perfido e valgono solo come documento, nel box Orfeo c’è una selezione superstite di alcuni brani con una qualità di suono accettabile e con due solisti eccezionali: Irmgard Seefried e Dietrich Fischer-Dieskau giovanissimo. Oltre a questa rara perla c’è anche una versione ripulita dei Lieder eines fahrenden Gesellen di Mahler sempre con Fischer-Dieskau. Unica prova di Furtwängler come interprete mahleriano, oltre la registrazione degli stessi pezzi in studio per la Emi, ci fa amaramente rimpiangere il fatto che non abbia registrato altro del compositore austro-boemo, come le prime tre sinfonie che pure aveva eseguito prima della guerra.

Altra rara testimonianza del repertorio del grande direttore tedesco, la Sinfonia in re minore di Franck, già disponibile in molte altre etichette ma qui tirata a lucido dai tecnici della Orfeo e liberata da tutti i sibili e distorsioni che in infelicitavano per esempio l’edizione DG. Ripresa storica quella della Sinfonia di Franck, insieme alla Seconda di Brahms che sono la fedele testimonianza dell’ultimo concerto di Furtwängler nel gennaio del 1945, cioè prima della fine della guerra e lo stop per la denazificazione. Già, il maestro e il Terzo Reich. Capitolo complesso nella sua vicenda intellettuale, pur non essendo tesserato e avendo declinato ogni incarico pubblico rimase in Germania e ne condivise la sorte, per di più strumentalizzato dai nazisti. Erede spirituale di quella grande cultura non volle abbandonarla nel momento del bisogno, ma fece risuonare in quella patria devastata le note consolanti e umane di Beethoven soprattutto, e della tradizione della musica come veicolo di pace. E questo rimane a 60 anni dalla scomparsa il suo messaggio, testimoniato dai dischi, quello di un intellettuale problematico, ma ardente testimone della cultura intesa come messaggio universale.