“Anche qui non è tutto rose e fiori, eppure quando a novembre dello scorso anno si sono verificati dei cedimenti, nel giro di dieci giorni è stato affrontato, in parte risolto, sicuramente compreso. Una risposta rapida, che con i tempi della struttura pubblica italiana è impossibile dare a Pompei”. Pensieri e parole dell’architetto gallese Jane Thompson, project manager dell’Herculaneum Conservation Project, partnership tra pubblico e privato che ha portato il sito archeologico di Ercolano a essere uno dei più apprezzati internazionalmente, con riconoscimenti ufficiali da parte dell’Unesco. Beffe del destino, il miracolo ha preso forma a venti chilometri da Pompei, interessata negli scorsi giorni da tre crolli che hanno fissato oltre quota venti il conto dei cedimenti verificatisi nel sito campano negli ultimi dieci anni, proprio mentre Ercolano iniziava a riprendere vita.

Tutto parte nel 2001, quando David W. Packard, figlio del magnate americano proprietario del colosso informatico HP, decide d’interessarsi a Ercolano attraverso la sua fondazione. “All’epoca, durante un convegno internazionale a Roma, per le condizioni nelle quali versava, il sito venne definito come l’area archeologica in peggior stato conservativo, tra quelle che non erano state interessate da una guerra civile”, ricorda Thompson. Ma sfruttando l’autonomia della Soprintendenza di Napoli, decisa nel 1997, parte la partnership tra pubblico e privato. In dodici anni la fondazione senza scopo di lucro Packard humanities institute ha investito oltre 20 milioni di euro nell’area archeologica campana in un progetto a lungo termine, che portasse i maggiori benefici nel giro di decenni.

Non un’operazione spot ma una visione, realizzata mano nella mano con la Soprintendenza, il suo ufficio tecnico e all’apporto della direttrice degli scavi Maria Paola Guidobaldi. Oggi oltre il 65 per cento dell’area è visitabile, sono stati sostituiti o riparati buona parte dei tetti degli edifici e il sito ospita un percorso multisensoriale aperto anche ai disabili. E si sta cercando di integrare la città vecchia con quella nuova, coinvolgendo la comunità locale. “Ma la vera forza del progetto, di cui il partner pubblico ha beneficiato, è un supporto tecnico e gestionale continuo per la cura del sito, dodici mesi all’anno. Una continuità che purtroppo manca spesso nell’ambito statale – racconta Thompson – Insieme alla Sopritendenza lavora un team di specialisti in più discipline che decide il da farsi in base alle esigenze del sito. Chi prende le decisioni è vicino ai problemi e quindi realmente in grado di valutarli”.

Gli specialisti coinvolti sono una quindicina, quasi tutti italiani. E a sentire Thompson non potrebbe essere altrimenti: “Packard ha sempre considerato quello di Ercolano un progetto italiano non solo sotto il profilo geografico. Era giusto valorizzare una giovane generazione di vostri archeologi con alte competenze e farlo nel loro paese, finalmente”. Il cammino è però ancora lungo, pensare a Ercolano come una favola a lieto fine è sbagliato. Qui ha preso forma un’idea, che ha trovato un riscontro oggettivo nella realtà e una progettualità che mira alla conservazione ‘lenta’: “Stiamo parlando di rovine, non possiamo pretendere che resistano sempre e comunque. Ma il degrado si può rallentare e allontanare con la continuità dell’azione”. Tutto quello che manca a Pompei: “I siti sono diversi ma paragonabili. La potenzialità del nostro lavoro, replicabile, è legata alla programmazione: dal 2010 noi progettiamo, la Soprintendenza appalta i lavori. E’ un metodo che sgancia l’attuazione dei progetti dai fondi privati ed è quindi fattibile anche in ambito pubblico. Abbiamo un bagaglio di conoscenze sostanziale da mettere a disposizione”.

Se n’è accorta l’Unesco, che ha più volte lodato il “modello Ercolano” e negli scorsi giorni ha invece bacchettato la gestione di Pompei richiedendo interventi immediati. “Il problema è che non se ne accorti in molti in Italia. Lancio una provocazione che rende bene l’idea – afferma l’architetto gallese – Sotto un certo aspetto il rilascio di tanti fondi europei ha rappresentato un danno per Pompei perché ha sottratto interesse alla gestione ordinaria e alla cura continua, la miglior medicina per i siti archeologici. Bisognerebbe dare più credito alle analisi dei tecnici che lavorano sul posto per capire quali sono le vere emergenze. Invece i colleghi che lavorano a venti chilometri da qui subiscono spesso le conseguenze di una certa arroganza istituzionale a Roma”. Insomma, a Pompei esiste un problema politico? “Sì. E pensare che l’Italia l’aveva superato nel 1997 con una riforma coraggiosa che dava grandi autonomie alla Soprintendenza. Invece da allora è stato un continuo turbinio di commissari e dirigenze, anche contro il parere dell’Unesco, e l’impatto di quella riforma è stato frenato. A quel modello mancava un solo tassello: l’autonomia di scelta nelle risorse umane. Se si fosse aggiunto quell’ingrediente, senza fare passi indietro di altro genere, quella riforma sarebbe stata un esempio per il mondo”.