Daniele Nardi si è arreso alle condizioni climatiche proibitive che non gli consentono di scalare in sicurezza il Nanga Parbat e torna in Italia. Ci ha provato in tutti i modi nei 46 giorni che è rimasto lì tra il campo Base e i Campi 1 e 2 collocati più in alto. Il suo sogno di scalare in prima invernale la montagna assassina, in uno stile mai tentato da nessuno, vale a dire in solitaria e senza ossigeno, purtroppo a causa del ghiaccio e della quantità di neve che continua a cadere copiosa, hanno respinto tutti i suoi sforzi. Tra l’altro non ci sono finestre del tempo che possano dare speranza a questa salita, né ora, né dopo e quindi l’amara decisione: si torna a casa… Ovvia e palpabile la sua delusione.

Daniele era partito dall’Italia il 20 gennaio con in testa un solo desiderio: scalare d’inverno quella grande montagna. Nessuno c’era riuscito prima d’ora. Dopo una fase di acclimatamento il 13 febbraio riesce ad arrivare in cima a Punta Piccola, una montagna alta 5900 m. e  fa sventolare l’Alta Bandiera dei Diritti Umani nel Mondo, unico vessillo che Nardi porta sempre con sé in tutte le sue spedizioni alpinistiche, bandiera  firmata da ben 8000 studenti che si sono impegnati nella divulgazione dei diritti fondamentali dell’uomo.

Nei giorni successivi si concentra unicamente sul difficile compito che l’attende e inizia la scalata del Nanga Parbat sul versante Diamir attraverso lo sperone Mummery. La situazione appare subito critica, le condizioni del ghiaccio e il continuo distacco di valanghe e seracchi rendono la scalata molto impegnativa e pericolosa.

Ci prova più volte a raggiungere i due campi che sono più in alto. Il 19 febbraio passa la notte al campo 1 e la mattina presto si dirige verso campo 2 a circa 6000 m di altezza. Il meteo non è dei migliori, temperature che toccano i -40° ed il vento che abbassa la temperatura percepita dal corpo. Il pericolo con questo clima incombe ad ogni passo. E infatti… un contrafforte ghiacciato di un grande seracco si distacca e cade a valle, i detriti rischiano di colpire l’alpinista. E’ questione di pochi minuti. Daniele riesce ad allontanarsi  in tempo da quella trappola mortale. Neanche questo, apparentemente, lo fa rinunciare e continua ad andare avanti. Qualche giorno ancora, qualche altro tentativo di salita  in condizioni climatiche davvero proibitive e infine la resa.  “Il tempo ha deciso di cambiare regime rispetto a dicembre e gennaio – dice-  e diventare instabile. Dopo essere salito verso la via Kinshofer per test ho capito che queste condizioni del ghiaccio mi impongono uno stile più pesante sullo sperone e quindi più lento il che mi richiederebbe almeno 5 o anche 6 giorni di bel tempo… veramente rari da queste parti.  Non nego, comunque, che il crollo del seracco dell’altro giorno mi abbia toccato in particolar modo”.

I tentativi, il pericolo sempre incombente, le notti da solo e la delusione, sarà  lui stesso a raccontarli al suo ritorno a Roma in una conferenza stampa. Alla prossima Daniele!