Ancora transenne a Pompei. Nuove parti off-limits alle visite, oltre alle tante già esistenti. Questa volta a crollare parti consistenti della tomba di Lucius Publius Syneros, all’interno della Necropoli di Porta Nocera. Più ridotte del Tempio di Venere, ai confini della città antica. Colpevoli dell’ennesimo episodio negativo, ancora le piogge. Che nessun nuovo Ministro, né alcun nuovo Soprintendente può certo pensare di fermare. Che neppure il celebrato Grande Progetto Pompei, formulato dall’ex premier Monti, avrà naturalmente il potere di arrestare. Perché il problema non sono evidentemente le piogge, soltanto detonatore che fa deflagrare l’ordigno, ma la pervicace incapacità di mettere a sistema una disarticolata somma di criticità mai risolte. Forse anche perché mai realmente affrontate.

La sensazione è che Pompei, la città che un cataclisma dell’antichità ci ha restituito in maniera pressoché integrale, ma che noi non sembriamo in grado di mettere al riparo da semplici eventi naturali, seppure reiterati nel tempo, sia davvero prossima alla sua fine. Lo suggeriscono con evidenza il susseguirsi di crolli. Ma ancora di più l’inerzia con la quale si vorrebbe contrastare la sua polverizzazione. Pompei continua ad essere minacciata da una guerra. Come già accaduto in passato. Allo scorcio dell’ultimo conflitto mondiale erano ordigni lanciati con lo scopo manifesto di provocare danni. Soprattutto, allora era il fuoco nemico a minacciare domus e templi, terme e tombe. Un bel volume, del 2006, di Laurentino Garcia  y Garcia, Danni di guerra a Pompei. Una dolorosa vicenda quasi dimenticata, attraverso una nutrita documentazione fotografica ricostruisce in maniera dettagliata i danni subiti dalla città antica nel corso del 1943. Muri distrutti e con essi, spesso, affreschi unici, e poi strutture irrimediabilmente “sfregiate”. Distruzioni dolorose, ma quasi giustificate dall’emergenza.

I danni alla città antica, al pari di quelli subiti da Villa Adriana. Non diversamente da quelli a tante parti di città e paesi italiani. Monumenti, abitazioni, ospedali, teatri e biblioteche “caduti”. Insieme ad un esercito di Persone. Da quel dopoguerra molto si è ri-costruito. Ma troppo si è lasciato senza cura. Gli addetti ai lavori direbbero, senza adeguate tutele. Mentre nuove piazze e strade si sono aggiunte alle vecchie città, dilatandone in maniera scomposta i confini, mentre centri urbani e campagne si sono confuse in un processo osmotico senza ragione, a Pompei la guerra è proseguita. Altrove è iniziata. Come a Paestum, a Torre Annunziata, a Pozzuoli, a Reggio Calabria, a Canne della battaglia. Come quasi ovunque esistano monumenti ed aree archeologiche. La nuova guerra ha sclerotizzato le tante criticità esistenti, senza preoccuparsi di cercare soluzioni. Senza studiare qualcosa che si spingesse oltre il presente. Al di là della necessità circostanziata. Il Patrimonio archeologico, del quale Pompei rappresenta uno dei simboli, ha subito la politica del “rattoppo”. Creatasi una nuova buca, si è cercato di chiuderla. Spesso non riuscendo neppure in questo intervento d’urgenza. Mai si è avuta la lungimiranza di uscire dalla continua emergenza. Per questo la guerra continua. Come indiziano i crolli di Pompei e le bacinelle che si trovano, tra le vetrine espositive, all’interno del Museo di Sibari. Come denuncia l’abbandono degli scavi di Cales e di quelli di Ariano Irpino e della gran parte di quelli esistenti. Roma compresa.

Quanto la politica sia incapace di tentare un riassetto dell’intera questione lo dimostrano le polemiche strumentali successive ad ogni crollo. Di Pompei, ma non soltanto. Era la fine di ottobre del 2011 quando Riccardo Villari, allora Sottosegretario al Ministero dei Beni Culturali, nel tentativo di minimizzare, definì una “scorticatura” il collasso di una struttura in opera incerta all’interno dell’area archeologica della città campana. Ora dopo l’ultimo crollo, anche Villari, chiede a gran voce le dimissioni del neo Ministro. La politica è in gran parte così. Insegue i suoi pensieri, esige le sue ragioni. Che il mondo atrofizzato dei Beni Culturali non può evidentemente fornire, se non in misura estremamente ridotta.

Così ora per Pompei il Ministro Franceschini ha deciso di convocare un tavolo tecnico, che molto probabilmente non muterà la sorte della città antica. Nel frattempo tutto il tanto “resto” rimane come ora. Insomma la guerra continua. Fintanto che non si giungerà alla distruzione di quanto forse inconsapevolmente si attacca. Oppure finché non decideremo di cambiare approccio. Anche con l’aiuto di altri. Non è più tempo di piccoli interventi.