Capita di trovare un rubino tra i calcinacci. E allora i calcinacci si buttano, il rubino si porta a casa e si chiude in un posto sicuro. In un Paese macilento, abituato da quando esiste a riscattarsi solo quando ha il fango all’altezza delle orecchie, le pietre preziose vanno cercate in mezzo alla palude. Non quella che Renzi ha citato come pretesto per abbattere Letta. 

Piuttosto il pantano delle corruzioni, delle spallucce, del parcheggio nel posto riservato ai disabili (“Un minutino”), della terrazza abusiva costruita sopra la ferrovia dell’intercity, del ministro della Giustizia che grida “Non è giusto” all’amica a cui hanno arrestato mezza famiglia, dei campionati di calcio truccati quasi ogni anno, delle case pagate da qualcun altro a propria insaputa, di Pompei che crolla tutti i giorni e Roma Capitale con più dipendenti dell’Enel, del “te lo dico da amico: fatti li cazzi tua, che te ne fott’ a tte” che Crozza ha messo in parodia, ma che Razzi ha pronunciato per davvero. 

Della libertà che diventa arbitrio e del privilegio che diventa diritto. Dei gattopardi e dei Mastro Lindo.

Ebbene, qualcuno prova a dirci che il modo di uscire dall’immondizia c’è. Basta mettere da parte il bello che ci capita, sostenerci con un personale Vangelo di Tommaso: un centinaio di detti che ci fanno da ricostituente. Prova a dircelo Guido Di Santo che si è messo avanti con il lavoro e ci offre il suo piccolo pantheon. Quello che era un blog simile a un diario è diventato un ebook e il nome è lo stesso: “L’ha detto un italiano“. A sottolineare che molto, qui intorno, fa parecchio schifo, ma che l’Italia è il luogo in cui nasce Razzi, ma anche dove nasce Francesco Guccini (no, De Falco e Schettino basta).  

C’entra la bellezza – e non si dice per le manfrine propalate a Sanremo, per favore -: la bellezza delle parole, della poesia, dell’esempio, della fede (in Dio, nell’amore, nella musica, nella solitudine). “L’ha detto un italiano” (148 pagine, 2,99 euro, ed. goWare) è una raccolta di aforismi – dal decalogo di un papa fino a una lepidezza in vernacolo livornese -, che Di Santo ha “ancorato” ai suoi “titoli di coda”: riflessioni autobiografiche o, meglio, biografiche perché raccontano un pezzo di ciascuno di noi. Di alcune di queste ci sono anche le letture di Giancarlo Padovan, cui Di Santo riserva un autentico riconoscimento perché è colui che gli ha indicato la strada della professione.

Gaber, Baricco, Jovanotti, gli 883 (in un libro di aforismi!), Alda Merini, Battisti, Bersani (Samuele)Amici miei, Gramellini, Rino Gaetano, il Papa buono e il Papa che ci è mancato, Carlo Maria Martini. Quelli pieni di risposte e privi di domande grideranno allo scandalo: eh, ma che ruffiano, ‘sto Di Santo, manca solo Gandhi. Invece no. “L’ha detto un italiano” è un portolano, lì ci sono i punti cardinali. Quando tutto è perduto, lì dentro c’è ancora chi può suggerire una risposta, può darti uno schiaffo per svegliarti, prometterti una carezza per asciugarti le lacrime, lanciare un bengala dalla riva dell’oceano. “Sono aforismi sparpagliati in rete, frasi urlate al cielo durante un concerto con migliaia di persone accanto o soli nel buio della propria stanza – scrive Di Santo nell’introduzione – È il momento in cui ti accorgi che la ami, ma anche – forse soprattutto – quello in cui realizzi che non c’è più. Sono lacrime, pensieri e botte. Ostinati percorsi, con un briciolo di leggerezza, per non dimenticare di ridere. Ogni tanto. Insomma, è una raccolta; di chi ha avuto qualcosa da dire e l’ha saputo fare. Nel modo che gli era più congeniale. La raccolta di tutto questo e di quello che ha fatto pensare anche a me. Perché in fondo a ogni frase, a ogni bella parola, è legato un ricordo. Un ‘titolo di coda'”.

Si sceglie a caso e a fatica. Primo Levi: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta della felicità sulla terra”. Il “titolo di coda” di Di Santo è una dichiarazione d’amore al suo mestiere, uno strazio di mestiere: “Mi ha fatto dimenticare la differenza tra le stagioni e i giorni della settimana, tra i festivi e i feriali. Persino del suo compleanno, come in questo primo maggio che mi porta dritto in redazione con la solita fame nello stomaco. Sì perché lavorare è come il sesso: si può sopravvivere senza, e perfino farlo privi di amore. Ma è tutta un’altra cosa”

Oppure Margherita Hack in un’intervista con Fabio Volo: “Che succede alla materia dopo la morte?” le chiede. Lei: “Le servirà a far qualche cos’altro”. Quindi lei diventerà qualcos’altro? Lei: “Sì, posso diventare un cane, un gatto, o un sasso. O che so io: un pezzo di merda“. E così, con il linguaggio stringente di chi ha fatto dell’ateismo un vanto (e poi è rimasta sposata per 70 anni con un cattolico), Di Santo mette i piedi pure nel ginepraio del confronto senza fine tra credenti e non credenti che però, dice, alla fine sono più vicini di quanto appaiano: “La spinta di entrambi è la più cieca e supponente delle fedi: guardare nelle pieghe del comune vivere, per dargli noi un senso più profondo del solo fatto di esistere”.

Devoto al Signor G, Di Santo fa il giornalista e quasi sempre si occupa di sport. E’ nato meno di trent’anni fa a Bologna, è cresciuto a Milano, ha vissuto a Torino e dice di sentirsi a casa a Livorno. Riesce a infilare Livorno in mezzo a tanti poeti (compreso Giorgio Caproni) grazie a un tributo sottoforma di proverbio (che è poi la foto di un modo di pensare): “Brutta di viso – si dice a Livorno – ma sotto il paradiso”. Vale a dire, per l’ultima volta, un sms sulla bellezza della vita.