#lavoltabuona è l’hashtag lanciato da Renzi prima per le primarie del Pd, ora per l’insediamento del governo. Devo confessare che, quando l’ho letto la prima volta, ho subito pensato ad un altro tormentone, il “Fusse che fusse la vorta bbona!” del barista di Ceccano interpretato da Nino Manfredi: lo sketch è piuttosto datato, ma suona decisamente più armonico rispetto alla natura italica di quanto non facciano le tendenze dell’uccellino cinguettante.

Già nella prima settimana di governo il proverbiale pragmatismo di Renzi è stato messo alla prova (anche) dalle rocambolesche vicende della sanatoria per i debiti con Equitalia. Di cosa sto parlando? La Legge di Stabilità 2014 (art. 1, commi da 618 a 624, l. n. 147 del 2013) consente ai contribuenti di cancellare i propri carichi pendenti presso Equitalia senza pagare interessi (sia quelli per ritardata iscrizione a ruolo, sia quelli di mora). Si richiede che i debiti siano stati affidati in riscossione entro il 31 ottobre 2013. La definizione agevolata riguarda i ruoli emessi da uffici statali (ad esempio Ministeri o prefetture), agenzie fiscali (Agenzia delle Entrate, Agenzia del Demanio, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli), regioni, province e comuni e gli avvisi esecutivi emessi dalle agenzie fiscali. Sono escluse le somme dovute per effetto di sentenze di condanna della Corte dei Conti. I contribuenti possono estinguere i propri debiti pagando l’intero importo originariamente iscritto a ruolo (o quello che sia residuato nel caso di rateazione), l’aggio di riscossione, le spese di notifica e quelle relative ad ulteriori procedure esecutive (ad esempio iscrizione di ipoteca o fermo amministrativo). Il versamento deve avvenire in un’unica soluzione entro… entro quando? Qui casca l’asino.

La Legge di Stabilità 2014 indica il 28 febbraio come termine per l’adempimento. Durante la conversione del c.d. decreto “Salva Roma 2” (d.l. n. 151 del 2013), il Senato sposta la scadenza al 31 marzo (atto Senato 1215, approvato il 20 febbraio). Il 22 febbraio giura il governo presieduto da Renzi. Il 26 febbraio il nuovo Esecutivo annuncia “di non insistere per la conversione del decreto. Saltata la proroga a soli due giorni della scadenza, gli uffici di Equitalia sono stati presi d’assalto da contribuenti per prendere visione della propria situazione debitoria (estratto di ruolo) al fine di verificare la sussistenza dei requisiti di accesso alla definizione agevolata. Con un temerario coup de théâtre, il 28 febbraio – sì, proprio l’ultimo giorno utile – il Consiglio dei Ministri approva un decreto legge con il quale è nuovamente prorogata al 31 marzo la scadenza del pagamento agevolato delle cartelle esattoriali.

Il rottamatore ha rottamato la rottamazione dei debiti con Equitalia. Tutto è bene ciò che finisce bene, si dirà. Le vicissitudini della sanatoria hanno invece generato tra gli operatori un certo scetticismo: l’ultimo decreto annunciato potrebbe infatti subire sorte a analoga a quella del provvedimento che lo ha preceduto. Non è neppure chiaro quali debiti ricadano nella definizione agevolata. Nella circolare n. 37 e nel comunicato stampa del 23 gennaio, Equitalia dà una interpretazione restrittiva della disciplina quando vi ricomprende, “limitatamente agli interessi di mora, anche le entrate non erariali come il bollo dell’auto e le multe per violazione al codice della strada”, mentre esclude “i contributi richiesti dagli enti previdenziali (Inps, Inail), i tributi locali non riscossi da Equitalia e le richieste di pagamento di enti diversi da quelli ammessi”.

A ciò si aggiunga che nel primo mese soltanto 200 contribuenti hanno aderito a questa procedura di definizione dei carichi pendenti (dati forniti da Equitalia). È vero che il numero è destinato ad aumentare, ma è altrettanto incontrovertibile che la definizione agevolata sarebbe maggiormente allettante se fosse consentito di rateizzare quantomeno le somme dovute dai soggetti già ammessi a questa modalità agevolata di pagamento perché in situazione di difficoltà economica (cfr. art. 19, d.p.r. n. 602 del 1973). Scarsamente invitante è anche lo “sconto” garantito al contribuente: l’ammontare globalmente riscosso aumenterebbe notevolmente se fosse previsto l’abbattimento forfettario dell’importo totale iscritto a ruolo o se fosse esclusa anche la debenza di parte delle sanzioni. Fa storia a sé l’aggio di riscossione (la percentuale che l’esattore è autorizzato a trattenere a compenso del servizio reso), la cui legittimità è contestata dinanzi alla Corte Costituzionale (due giudizi sono stati promossi dalle Commissioni Tributarie Provinciali di Torino e Latina) e alla Corte di Giustizia (causa C-181/13).

Ciò che in realtà maggiormente desta preoccupazione è il caos generato tra contribuenti, consulenti e uffici attraverso questo modo maldestro di legiferare. La vicenda riecheggia quanto accaduto in materia di tassazione immobiliare. Anche sorvolando sul pasticciaccio brutto della c.d. “mini Imu”, a periodo di imposta già iniziato i contribuenti ancora non riescono a comprendere neppure quale sia il nome dei tributi gravanti sugli immobili: siamo passati attraverso (paga e) Tasi, (i disgustosi cracker) Tuc per planare sulla (singhiozzante esclamazione di Pippo) Iuc. Le parole sono importanti anche in ambito fiscale: le denominazioni dei tributi, consentendo ai consociati di capire quale spesa pubblica concorrono a finanziare, forniscono loro una giustificazione per il sacrificio economico sopportato.

Ad alimentare la generale sfiducia dei contribuenti nei confronti del Fisco si aggiunge l’interesse dimostrato per la sanatoria dai consulenti di Maradona: il calciatore argentino potrebbe infatti chiudere la controversia ultraventennale sui compensi derivanti dallo sfruttamento dei diritti di immagine (il debito ammontava a circa 13 miliardi di lire nel 1991) senza versare interessi per poco meno di 30 milioni di euro.

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