“Voglio giustizia, voglio che qualcuno spieghi come può succedere che venga ucciso un marito e un padre in questo modo. Desidero che gli assassini li prendano, li mettano in carcere. Che muoiano in galera. Non so se hanno una coscienza, per pentirsi di tanto male”. E’ lo sfogo di Maddalena Leonardo, 24 anni, vedova di Enzo Ferrante, ucciso a 29 anni per errore dai killer della camorra. Accade mercoledì 26 febbraio alle 18 e 50. I killer giungono in sella a una moto. Sanno che il loro obiettivo, il boss Ciro Casone si trova in un centro estetico via Luigi Rocco ad Arzano, Comune a nord di Napoli. Quell’uomo è un morto che cammina. Il clan ha emesso la sentenza. La colpa è grave. Non riconosceva più il potere della cosca. Gli si era rivoltato contro organizzando un suo gruppetto autonomo. Parte la spedizione punitiva. E’ un’azione militare. Il boss è colpito alla spalla. Scappa e ritorna nel centro estetico. E’ la sua tomba. Finito con un colpo alla tempia. Scappano tutti.

Nel parapiglia c’è anche Vincenzo Ferrante, trent’anni tra pochi giorni, e padre di due bimbi. Nulla aveva a che fare con il boss, la camorra e i clan. I sicari pensano che sia, invece, il guardaspalle della vittima predestinata. Lo ammazzano finendolo con un colpo in testa. Esecuzione spettacolare e violenta, il messaggio è chiaro: a nessuno è permesso di tradire. Lo strazio stamane nella chiesa di Sant’Agrippina, in piazza Cimmino ad Arzano. Lacrime, disperazione e tanto dolore.

E’ la solita brutta storia. E’ una normalità aberrante. Scene viste e riviste. Soliti discorsi infarciti di rassicurante retorica. La lista delle vittime innocenti, si allunga tragicamente. La Campania nell’Europa moderna resta l’unica regione dell’occidente dove si muore per mano dei killer pur non c’entrando nulla con fatti criminali. Lo ricordo, siamo nel 2014. E’ una guerra a bassa intensità. Territori infestati da un male antropologicamente diventato cultura. La vita da queste parti non vale un cazzo.

Arzano è la stessa cittadina senza futuro e senza speranza che ispirò il libro Io speriamo che me la cavo scritto dal compianto maestro Marcello D’Orta dal quale Lina Wertmüller costruì un film di successo con Paolo Villaggio. Sono trascorsi 23 anni e non è cambiato nulla, anzi. Ad Arzano, nessuno crede più al “Io speriamo che me la cavo”. Si vive come animali. L’unica autorità, istituzione riconosciuta è quella della camorra. Anche di fronte a un morto innocente cala il silenzio infastidito. Sì, perché si comprende anche il dolore di una giovane vedova, ora sola con due figli piccoli da sfamare però il consiglio: “Deve stare a suo posto con la bocca”.

La camorra è un verbo. Qui è l’unico potere riconosciuto. Da Arzano è molto distante Roma. La lotta alla camorra la si combatte solo con slogan, chiacchiere formato panna montata e professionisti dei cortei e degli anniversari. Il Governo centrale cosa vuole fare per contrastare la camorra? Dove sono le politiche di prevenzione? Dove sono finiti i maestri di strada? Cosa si fa per garantire l’obbligo scolastico? Perché i pregiudicati con reati associativi continuano a “governare” i propri territori di appartenenza? Perché le pene per i camorristi di elevata pericolosità sociale non vengono aggravate? Perché la lotta alle mafie non diventa il primo punto nell’agenda dei governi? L’Italia può ritenersi un paese moderno, sviluppato e occidentale se in Campania si continua a morire e stramazzare al suolo senza sapere neppure perché?  

@arnaldcapezzuto