Sul sito ufficiale degli Academy Awards c’è un conto alla rovescia a separarci da domenica notte, la 86ma Notte degli Oscar. Ovvero quell’evento che – nonostante se stesso – riesce ancora a riportare il cinema nel Mito. Ansiogeni o triviali che dir si voglia, i countdown sorgono laddove sia accertata un’attesa e le statistiche confermano che anche i più profani di quest’arte industriale sanno identificare la dorata Statuetta.

Quest’anno, peraltro, quasi ogni italiano è a conoscenza che uno di questi ambitissimi oggetti potrebbe finire nel Belpaese. Ma lasciando scaramanticamente La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino al suo destino da favorito, è tempo di esprimere qualche pronostico, che puntualmente sarà smentito… La tradizione (e il buon senso) insegna che tutti i candidati vogliono vincere, ma la Hollywood contemporanea dice – invece – che meglio del premio paga la nomination, motivo sufficiente per riportare la gente nei cinema. Sempre la tradizione vuole che i favori dell’Academy spingano su chi sa far piangere, sa imbruttirsi (sottocategoria: ingrassando o dimagrendo), sa affrontare ogni possibile sfiga universale pacificando le esigenze dell’American Dream, e in sintesi sa emozionare il pubblico felice di rimpolpare il box office. Le ultime tendenze premiano i film “obamiani” benché (e per fortuna) gli African-Americans siano ormai da anni di casa all’Academy. Solitamente ciò che diverte allontana gli Oscar principali, ad eccezione di quella sortita nella commedia francese, muta e in bianco&nero che fu The Artist due anni fa.

Ma veniamo all’edizione che ci interessa più da vicino. È noto che i film con il maggior numero di nomination siano American Hustle e Gravity (10 entrambi), a seguire 12 anni schiavo (9), Captain Phillips, Dallas Buyers Club e Nebraska (6 entrambi), Her e The Wolf of Wall Street (5), Philomena (4): tutti e nove i titoli concorrono anche come Miglior film.

Tra i candidati delle 24 categorie in lizza spiccano alcune certezze. Tra le più “pop” in ogni senso, gli U2 non dovrebbero faticare a vincere l’Oscar per la miglior canzone originale “Ordinary Love” scritta per il film Mandela: A Long Walk to Freedom. Quasi altrettanto sicure sembrano le affermazioni del cartoon Disney Frozen nella categoria miglior film d’animazione e di The Act of Killing dello statunitense Joshua Oppenheimer (ma di produzione UK, Danimarca e Norvegia) tra i documentari. Con un filo di suspense ma non lontani dal piacere del trionfo viaggiano due attori: la protagonista Cate Blanchett per Blue Jasmine di Woody Allen e il non protagonista Jared Leto per Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée, avendo entrambi vinto in quasi ogni contest pre Oscar, incluso il Golden Globe. Se giunta alla sua sesta nomination, la Blanchett sarebbe a suo secondo Oscar (vinse come non protagonista per The Aviator di Scorsese nel 2004), per Leto si tratterebbe di una prima volta in ogni senso.

La vera adrenalina, tuttavia, sale laddove ci sono incertezze, espresse quest’anno da veri e propri duelli. Gli sfidanti all’ultimo sangue si estraggono da almeno quattro categorie fondamentali. Partendo dall’attrice non protagonista che mette di fronte Jennifer Lawrence (per American Hustle) a Lupita Nyong’o (per 12 anni schiavo). I bookmaker (e il Golden Globe ottenuto) danno vincente la Lawrence ma a suo sfavore gioca la vittoria dell’Oscar da protagonista lo scorso anno per Il lato positivo, mentre gli insider dicono che la Nyong’o abbia suscitato grandi apprezzamenti negli ambienti dell’Academy.

Impossibile non citare il duello “maschile” per eccellenza rappresentato da due star quali Leonardo DiCaprio e Matthew McConaughey, candidati come protagonisti rispettivamente di The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese e di Dallas Buyers Club. Straordinari e meritevoli entrambi (un ex aequo stavolta ci starebbe…), mentre Leo è alla sua quinta nomination senza aver mai vinto, Matthew è alla sua prima. Vale la pena ricordare che ambedue si sono aggiudicati il Golden Globe lo scorso gennaio: l’uno come protagonista di una commedia/musical, l’altro come protagonista di un film drammatico.

I bookmaker danno favorito il texano McConaughey – dimagrito di 23 chili per interpretare il malato di Aids Ron Woodrof – sul “lupo” della finanza DiCaprio. Staremo a vedere. Certo è che un outsider di razza potrebbe godere tra i due litiganti: ovvero il veterano Bruce Dern, candidato per Nebraska di Alexander Payne con cui ha vinto come miglior attore a Cannes 2013. Indubbiamente la categoria del miglior “leading actor” quest’anno è particolarmente ricca di performance di talento. Entrando nella cinquina del miglior regista, il duello diventa un poker: quattro su cinque, infatti, sembrano i registi accreditati a portarsi a casa l’agognato Oscar. Escludendo il pur bravo Payne che tuttavia sembra avere poche chance, la Statuetta potrebbe finire tanto nelle mani di Alfonso Cuaròn per Gravity (favorito dagli scommettitori), quanto in quelle di Martin Scorsese per The Wolf of Wall Street oppure di quelle di Steve McQueen per 12 anni schiavo di David O. Russell per American Hustle.

Da notare che Scorsese è alla sua 12ma candidatura in assoluto e ottava come regista che ha trasformato in Oscar solo una volta per The Departed, David O. Russell alla sua quinta assoluta e terza per la regia, anche lo scorso anno vi concorreva per Il lato positivo), Cuaròn alla sua sesta in assoluto e prima da regista mentre Steve McQueen è un absolute beginner per l’Academy. Un esordiente che, tuttavia, parte da gran favorito nella categoria regina di tutte: quella per il Miglior film. Se infatti l’Oscar per il Best Director potrebbe – come spesso accade – dissociarsi dal Best Film, 12 anni schiavo è il più accreditato a vincerlo. Sarà per il suo forte appeal obamiamo, fatto sta che il cineasta londinese si appresta a trionfare non con il suo film migliore (che resta ad oggi la sua opera prima Hunger, ignorato dall’Academy). Suo grande sfidante è il fanta-filosofico Gravity (che farà incetta di tutte le Statuette tecniche) seguito a breve margine di distanza da American Hustle, che dovrà sperare di orientare dalla sua il “lato positivo” dei giurati.