Presi la mira e, come si conveniva ai ragazzacci della mia età, fingevo una sfacciataggine di tiro tutta dichiarata nella postura del lancio. Con la fionda in mano e con le due braccia tese, una nel tenere la forcella rigorosamente di legno e l’altra nel tendere al massimo i numerosi e intrecciati elastici ricavati da una camera d’aria. Le gambe, seppur ferme, accennavano la postura di una corsa fatta e da fare. Il torso appoggiato al bacino, tutto proiettato in avanti come se, scattando, avessi dovuto seguire parallelamente la corsa del ciottolo di ghiaia che avevo scelto con cura. Il suo peso e forma erano perfetti per entrare nella sede di tela che avevo fatto da un pezzo di stoffa ricavato da un vecchio zaino militare. David era il mio mito, e in ogni caso quello che stavo facendo con crudeltà, serviva ad allenarmi, certo che prima o poi avrei dovuto affrontare un mio Golia.

Per quell’adesso, che in gioventù ha in sé il senso dell’infinito, ero il terrore delle lucertole, il persecutore delle rifricolone altrui, dove se non si arrivava con le cerbottane, le mia “super” fionda chiudeva ogni argomento.
Presi la mira e feci schioccare il colpo continuando la corsa che sarebbe finita nell’attimo in cui le mani avrebbero saputo raccogliere quel corpicino esangue. Già sentivo il tepore della sua ex vita fra le dita, e già mi immaginavo il mio fedele gatto, che sempre quatto quatto mi seguiva, felice per l’ennesimo regalo.

Non capii quello che accadde. La ghiaia colpì il ramo del fico che con tutta la sua elasticità fece ripartire all’indietro il colpo. La pietra arrivò sulla mia tempia e fu solo un accecante dolore. Mi risvegliai caduto e svenuto in mezzo ad un campo di fieno. Le due gocce di sangue si erano già seccate, la fionda ancora stretta nella mia mano. Ma nell’aprire gli occhi, ritrovare il fuoco e disappannare la vista passò qualche secondo.

Quel passero era appollaiato sul mio naso. Fermo come se si fosse voluto accertare dell’accaduto.

Quando mi misi a sedere, volò via, ma senza andarsene. Continuò a saltellarmi vicino, aspettando che io mi alzassi e muovessi i primi passi. Sì, furono proprio dei primi passi. Quel giorno divenni uomo. Gettai via la fionda e tornai tutti i giorni ad incontrare il mio amico uccello. Gli portavo di tutto, panico, riso, ed altro. Tempo un mese erano centinaia che mi aspettavano con i loro stupendi cinguettii.

Da David ero passato a San Francesco.

Arrivò poi un’altra età. Con altri eroi, qualcuno di loro anche volava.

E a Nembo Kid seguì Che Guevara e poi altri ancora e ancora.

Adesso che finalmente mi posso voltare indietro vedo tutto con grande sorridente compassione e passione. Certo che le rondini torneranno ed altri sconosciuti e momentanei eroi arriveranno. Qualche ragazzaccio ci sarà sempre, ma non è detto che sia il più cattivo del mondo, anzi, forse chissà, forse diventerà presidente e magari un buon presidente riformatore.

Tratto da ambasciatateatrale.com