Quando (ri)ascolto dischi come questo “Days Are Gone” delle Haim, mi rendo conto che in fin dei conti il rock è la più grossa forma di discriminazione mai attuata in musica: alle volte bastano una chitarra, un campanaccio, a salvarci in corner dalle nostre ipocrisie nonché schizofrenie. E sia chiaro, lo dico a noi, a voi ma ancor prima a quella parte di me che non vuole proprio rassegnarsi al fatto che la bella musica sia anche (e sopratutto) altrove: come è per le Haim, appunto.

Che il loro disco sia uscito in realtà ormai 5 mesi fa (a settembre) è cosa arcinota, ma tornarci sopra credo possa rivelarsi utile, cercando di andare oltre il concetto di semplice “recensione” e provando ad allargare il discorso ad altro: molto altro. Il mio personalissimo ricordo di queste 3 giovani sorelle è legato al primissimo EP Forever, che all’epoca non mi era neanche pervenuto – come solitamente accade – tramite la spinta di qualche ufficio stampa “interessato” quanto piuttosto ne lessi notizia su un trafiletto di Rolling Stone, che annoverava le Haim tra i gruppi da tenere d’occhio. E fosse stata l’unica volta (cosa tra l’altro più che probabile), Rolling Stone ebbe ragione.

Cresciute all’ombra dei genitori e iniziando a comporre tra una cover e l’altra degli Eagles, con un garage ed una pessima batteria elettronica a disposizione, Este, Danielle e Alana hanno tirato fuori quello che – con uno sguardo lampante al passato – è per me il sound del futuro: dalla prima quasi intimista Falling, passando per il super singoloForever la loro è una cavalcata inconsapevole quanto inarrestabile verso la felicità e la spensieratezza, accompagnata da una banalità sconcertante nei testi e nei contenuti che, paradossalmente, le rende ai miei occhi ancora più simpatiche. Voglio dire, con molto meno Ligabue è riuscito a finire a Sanremo cantando De Andrè: che se fosse stato in vita non gli avrebbe come minimo neanche stretto la mano.

Evviva la sciatteria delle Haim, a questo punto.

The Wire, che dell’album è stata la prima estratta, parte con quell’incedere da hit rock anni ’70 che poi si tramuta, furbescamente, nell’ennesima gemma pop: in una maniera che servirebbe continui pasti freddi a tutte le Beyoncè del mondo. Mi viene da pensare (cosa tra l’altro confermata da loro stesse) che diversi produttori dell’ambiente abbiano provato a mettere mano sulle loro canzoni per farne la fortuna di qualcun altro: non meno la grandezza di queste tre piccole donne è proprio questa, quella cioè di essere autrici nonché interpreti della loro musica. E non è un caso che il gentil sesso, ancora una volta, cerchi e trovi rivincita lontano dal seminato dei figli dei figli dei Led Zeppelin e dei Black Sabbath, evidentemente ancora troppo impegnati a guardarsi nemmeno la punta dei piedi, ma probabilmente quella del pene. 

Da lì, da dove cioè abbiamo cominciato, questi neanche 36 minuti di musica continuano a raccontarci un microcosmo tutto da scoprire, ben lontano dalla solita minestrina sciapetta che utilizziamo a pretesto per non mettere la testa (le orecchie) fuori dalla finestra, cercando di abitare il mondo anziché guardarlo ruotare. Ricordo bene quando, in una 6 giorni a Firenze, entrando in una gioielleria nei pressi di Ponte Vecchio mi resi conto che la musica all’interno del negozio era proprio la loro: da lì, con una serie infinita di domande spesso senza risposta, ho cominciato a chiedermi cosa potesse far comparire, contemporaneamente, la stessa band sui principali magazine underground e poi da sfondo ad una collezione platinata. L’impossibilità di catalogarla, mi sono risposto.

Se la missione dei padri putativi del rock (e del roll) era quella di allontanarsi dai canoni di un passato inutilmente barocco e troppo complesso, inaccessibile ai più, in virtù di un genere (sempre il rock) immediato, liberatorio e altamente fruibile, a me sembra abbiano solo forgiato in gran parte un pubblico ottuso e ideologizzato, che risponde sempre e solo agli stessi richiami: impugnando l’aglio in presenza del minimo scricchiolio. Già perché il vero punto forte delle Haim (e di migliaia di artisti come loro) è quello di far schifo a tutti, ma piacere poi nei fatti agli stessi di prima: perché fa figo ma al momento opportuno puoi sempre vergognartene arricciando il naso e facendo finta di nulla, oppure al contrario puoi ripudiarle salvo poi cascarci con tutte le scarpe. E la verità è che loro t’avranno già fregato, perché le avrai fatte morire dal ridere due volte.

Anziché una.