Il nuovo governo e la spending review di Carlo Cottarelli dovranno presto fare i conti con il piano 2014-2017 delle Ferrovie dello Stato, approvato dalla società pubblica in contemporanea al varo del governo Renzi. Si tratta di moltissimi soldi, pubblici. Gli investimenti: quelli pubblici sono 15,5 miliardi, cioè circa 4 miliardi all’anno, superiori alla media degli anni precedenti. Quelli autofinanziati da Fs stessa 8,5 miliardi in tutto. Il primo problema, di cui l’amministratore delegato Mauro Moretti non è colpevole, è che lo Stato per gli investimenti che finanzia (cioè che fa pagare ai contribuenti) non richiede ad Fs alcuna contabilità industriale, nemmeno il rapporto costi-ricavi. Moretti stesso ha denunciato questo comportamento. Anche gli investimenti “autofinanziati” proprio tali non sono.

Prendiamo il caso dei servizi di Alta Velocità, quelli che in gran lunga generano più profitti: sono redditizi solo nella misura in cui lo Stato ha deciso di non far pagare agli utenti il costo dell’investimento, che è rimasto a carico delle casse pubbliche. Veniamo ora all’esercizio: Fs nel passato ha ricevuto dallo Stato circa 3 miliardi all’anno in conto esercizio: 1 per la rete ferroviaria, 1,5 per i servizi regionali, e 0,5 tra sussidi ai servizi merci e a quelli passeggeri di lunga distanza non AV. La scelta di sussidiare servizi giudicati di interesse sociale è legittima, meno quella di non spiegare le ragioni dell’ammontare stanziato: perché non il doppio, o la metà?

Il sospetto è che questi sussidi poco abbiano a vedere con la socialità dei servizi offerti e molto con il garantire l’equilibrio dei conti di Fs. Quando questi sussidi in passato sono stati drasticamente ridotti (sempre senza spiegazioni), i conti di Fs sono andati in rosso per importi dello stesso ordine di grandezza. Ne consegue che parlare di profitti ha scarso significato per imprese che dipendono così tanto da trasferimenti pubblici. Niente di sbagliato nel sussidiare i servizi di trasporto pubblico. Ma la trasparenza è un dovere, soprattutto verso chi paga (i contribuenti) o, visto da sinistra, verso di chi non godrà dei servizi sociali a cui dovrà rinunciare a motivo di questi trasferimenti.

Il Fatto Quotidiano, 26 febbraio 2014