Il 25 febbraio è stato presentato a Roma il rapporto finale del progetto Impact (Improving monitoring and protection systems against child trafficking and exploitation) per migliorare i sistemi e le politiche di controllo e protezione dei bambini dal fenomeno di tratta e sfruttamento. Un’iniziativa ideata e coordinata dall’associazione Defence for Children Italia che, tramite l’analisi di quattro Paesi differenti (Italia, Cipro, Grecia e Portogallo), vuole mettere in evidenza i problemi strutturali che rendono inefficaci le politiche di tutela nei confronti dei minori e il rispetto della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Il progetto è stato presentato anche alle istituzioni europee di Bruxelles il 21 febbraio, alla presenza del Coordinamento anti-tratta dell’Unione europea, guidato da Myria Vassiliadou, e di vari esponenti di organizzazioni e società impegnate sul tema. Durante l’incontro la coordinatrice della ricerca Impact, Daja Wenke, ha immediatamente evidenziato come “l’Italia sia risultato il Paese con maggiori difficoltà nel reperire informazioni e dati sul fenomeno, e dove, insieme alla Grecia, si è riscontrato il maggior numero di infrazioni dei diritti dei minori“.

Lo stesso concetto è stato poi ripreso anche da Gabriella Gallizia di Defence for Children Italia, che durante l’esposizione della ricerca ha sottolineato come il nostro sistema di difesa dell’infanzia sia “frammentato, instabile e multilivello”. Le risorse economiche sono ridistribuite in maniera differente da regione a regione, senza un effettivo sistema centrale di coordinamento, senza un registro nazionale di controllo del fenomeno e senza criteri comuni per trattare le varie situazioni. Risorse economiche che subiscono continui tagli e che vengono peraltro usate in maniera inadeguata proprio a causa di questa frammentazione, che spesso porta a sperperi e speculazioni.

Inoltre, la criminalizzazione e l’emarginazione di alcuni bambini, come quelli che vengono inseriti nella categoria migranti, li rende molto più esposti al rischio di diventare vittime di tratta, abusi o sfruttamento, anche a causa delle varie leggi sull’immigrazione, che rendono sempre più difficile l’ottenimento dei documenti e di un permesso di soggiorno, specialmente nel passaggio alla maggiore età”.

In effetti, essendo la ricerca basata sull’analisi e la comparazione dei diversi settori che si occupano di infanzia (salute, lotta alla tratta e allo sfruttamento, immigrazione, integrazione e stato sociale) il numero di istituzioni e organizzazioni che entrano in gioco è interminabile, mentre la loro capacità di coordinamento pare del tutto assente. Come spiega il rapporto: settori come la salute e l’assistenza sociale sono di competenza delle Regioni, con rilevanti differenze in termini di capacità finanziarie, pratiche e qualità del servizio offerto. In settori dove la competenza rimane alle istituzioni nazionali, come per l’immigrazione, ci sono invece diversi ministeri coinvolti a seconda dello stato legale dei bambini, della condizione familiare e dal contesto in cui sono cresciuti, e le pratiche da svolgere sono estremamente differenti a livello locale. Mentre bisognerebbe disporre di un sistema funzionante o collaborativo fra le sue diverse parti per poter identificare tempestivamente e monitorare i minori considerati potenzialmente a rischio di sfruttamento, per esempio a causa di un prematuro abbandono scolastico o anticipato ingresso nel mondo del lavoro.

“La ricerca evidenzia gli errori commessi nelle politiche attualmente promosse in Italia e in Europa per contrastare la tratta di esseri umani – ha affermato il direttore di Defence for Children Italia, Pippo Costella. Ed è ormai chiaro che questa modalità di azione intrapresa dalle istituzioni finisce proprio per determinare la vulnerabilità dei soggetti a rischio di tratta e sfruttamento. Uno dei gravi limiti del sistema è quello di dividere in categorie l’argomento, mentre la tutela dell’infanzia dovrebbe essere un obiettivo generale, che prescinde dai singoli casi. E invece si dividono i bambini in gruppi, finendo poi per discriminarne alcuni, come la categoria dei minori immigrati, su cui c’è troppa ipocrisia e di cui la politica non può parlare perché l’argomento non porterebbe voti. Un bambino, invece, dovrebbe essere difeso in qualunque caso, dandogli la possibilità di crescere in un contesto che lo tuteli e prevenga i rischi a cui è esposto. Perché attivarsi dopo, quando è già divenuto una vittima di tratta, sfruttamento o violenza, è un approccio assolutamente inefficace”.

Nella prefazione del rapporto, Marta Santos Pais, rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite sulla violenza contro i bambini, afferma: “Il costo dell’assenza di azioni attente all’infanzia e al progresso sociale dei Paesi è troppo alto per essere ignorato. È tempo dunque di tradurre l’imperativo proposto dai diritti umani in azioni tangibili come dimensione fondamentale nei processi di sviluppo di tutte le nazioni”.