“Il buzz, la vibrazione, da queste parti è che Sorrentino vincerà l’Oscar”. Le parole di Gabriele Muccino arrivano direttamente da Pittsburgh (Pennsylvania) dove tra due settimane effettuerà il primo ciak di Fathers and daughters con Russell Crowe e Amanda Seyfried, “uno script eccezionale, se non faccio cazzate è il più bel film che girerò negli Usa”).

Cervello e professione in fuga, il regista, 46 anni a maggio, ha girato quattro film in Italia, ma dal 2006 lavora negli Stati Uniti: “Hollywood è un animale camaleontico, ogni 10 anni cambia pelle e in Italia questa continua mutazione industriale non si capisce”, spiega via Skype al fattoquotidiano.it, “quando si passò dal muto al sonoro Buster Keaton finì alcolizzato davanti ai cancelli della Paramount. Poi ci sono gli anni ’70/inizio ‘80, un’altra cesura forte, il momento d’oro che amo di più: Allen, Altman, Bob Fosse, Scorsese, Lucas. Toro Scatenato e Un uomo da marciapiede furono il loro neorealismo”.

Eppure di film ‘drammatici’ come Muccino vorrebbe rivedere, e girare in prima persona, gli studios ne producono sempre meno: “È un’industria che non ama rischiare: due flop all’anno e saltano teste. Investono in Wolverine e Hunger Games e appiattiscono il mercato. Però è curioso che ogni anno film drammatici, Argo o Il discorso del re, ‘buchino’ spesso grazie agli Oscar per poi diventare blockbuster. Corsi e ricorsi, a breve gli studios torneranno al dramma. La Paramount gira il kolossal Noah per proteggersi e investe anche 11 milioni in Nebraska”. Ecco cosa significa fare i registi con produzioni hollywoodiane e non più a Cinecittà: creazione e fatturazione: “Fathers and daughters costa 20 milioni di dollari ed oggi è considerato un budget medio, ma poco tempo fa una cifra ‘media’ erano i 60 milioni spesi per Sette anime o La ricerca della felicità. Hollywood sta cambiando ancora”.

Non c’è nemmeno bisogno di fare i conti in tasca ai produttori de La Grande Bellezza, Sorrentino corre dritto all’Oscar come miglior film straniero: “Il film ha colpito pubblico e critica, ha vinto il Bafta che è più importante dei Golden Globe e, come dice Salvatores, racconta un’Italia che gli americani riconoscono. Però un dato mi stupisce: è un film senza plot, in qualche modo retrò, plausibile in Italia negli anni settanta. Evidentemente se il film ha spaccato è perché ha un potere evocativo nelle immagini come aveva Fellini”. Eccola allora la nostalgia del globetrotter per il Belpaese: “Il mio cuore resta a Roma. Leggo più i quotidiani italiani che quelli americani. E l’Italia vista da fuori se l’ami molto, fa grande rabbia”.

Tweet, post, foto e considerazioni lampo, Muccino sui social network giudica quotidianamente il ‘sistema Italia’: “Vorrei credere tanto nei 5 Stelle, ma quando Grillo si dichiara ‘non democratico’ finisce lì. Invece sono sollevato dal fatto che Renzi sia al governo: spero non sbagli perché altrimenti non so più dove guardare. Poi certo non è passato per le elezioni, ma era l’unico modo per sparare la sua cartuccia. Lui ha vigore, ricorda l’energia delle persone con cui lavoro qui”.

“Negli Usa l’individuo si lamenta poco e si dà da fare senza attendere gli aiuti del sistema – continua Muccino – siamo noi gli artefici del nostro destino. Facciamo un copia-incolla in Italia di questa filosofia, paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi e le regole civiche che il nostro paese ha già per cambiare in meglio. Poi certo non copiamo il sistema delle lobby delle armi e sanitarie americane: io ho una discreta assicurazione, ma per fare gli esami del sangue mi ci vogliono centinaia di dollari, chi non è assicurato non può fare nemmeno quello”.

Infine un altro consiglio, magari al nuovo ministro della cultura Dario Franceschini: “Giriamo qui a Pittsburgh, come molte produzioni hollywoodiane, perché ti rimborsano il 20% delle spese produttive. Farlo anche in Italia non sarebbe male”.