Lo sforzo di capirne le ragioni di chi protesta è un dovere civico. Oggi non c’è categoria che non sia in difficoltà, l’edilizia, il commercio, la metalmeccanica, il turismo, il tessile, l’alimentare, i trasporti e l’auto… Tutti rimpiangono i tempi di vacche grasse. Ma se si allarga lo sguardo, sorge una domanda cruciale: erano più anomali quei tempi o questi di ristrettezze che stiamo vivendo? Noi tocchiamo con mano i danni di un modello di sviluppo sbagliato, basato sul consumo sfrenato. Possiamo sperare che finita questa crisi, si recuperi da un lato il benessere ma anche una dimensione più umana?  

Io dico che possiamo capire meglio questi tempi se proviamo a ricordare le follie che ci hanno sedotto in passato. L’Italia quaranta anni fa era sotto lo sguardo stupefatto di tutto il mondo per il benessere che esibiva. Il numero di ricchi che aumentava di mese in mese. Eravamo tra i primi consumatori di Champagne, la richiesta di capi di cashemere superava quella di Inghilterra e Scozia. Sembra incredibile oggi, ma per nuovi modelli di auto alcuni sborsavano sovraprezzi fino al 20% pur di essere tra i primi a possederli. Gli stilisti si moltiplicavano, per accedere all’acquisto di capi di alcune griffe servivano raccomandazioni. Al Pitti di Firenze c’era gente che faticava per ottenere l’ingresso da cliente disposto a pagare prezzi pazzeschi per dei vestiti. Si prenotavano borse di Vuitton ed Hermes con mesi di anticipo. Il leasing per le barche veniva concesso in poche ore. Avventurieri senza alcuna credibilità e scrupoli ricevevano aperture di credito a 6 zeri dalle banche con cui rilevavano negozi in centro città a quattro volte il valore. E poi pubblicità, esibizionismo sfrenato, promozione del trash, un lungo elenco di storture che potrebbe continuare per pagine. 

Questa era economia? Certo: l’economia fondata sul debito, sulle “politiche economiche di incentivo ai consumi”, soldi a pioggia, con pensioni a gente di 40 anni. Che generosi che eravamo! Chi avrebbe pagato? Chissà! E guai a dirlo a quei tempi, ai tanti che si ritenevano grandi imprenditori. Ho conosciuto personaggi del settore che ricevevano finanziamenti pubblici, e già sapevano che non li avrebbero mai resi. Anzi lo Stato avrebbe poi rilevato l’azienda in fallimento. Una autentica cuccagna per approfittatori. Ora ci tocca piangere, e ce la prendiamo con la Merkel. Io sono terrorizzato quando ascolto politici tentati di resuscitare quel modello. Se vogliamo risanare questo paese la prima cosa è promuovere i valori da perseguire, a cominciare dal lavoro e dal risparmio.

Sono convinto che rivedere in chiave critica quel periodo e le sue miserie può aiutare a capire come affrontare l’oggi, perché torni al centro la dignità della persona e dei suoi sforzi. Il paese deve prosperare e recuperare benessere, certo. Devono riprendere consumi e investimenti, ma con una direzione alta e meritocratica e per settori di pubblico interesse: non per alimentare frivole illusioni, falsi miti e desideri, favorire corruzione, decadimento di valori e di professionalità. L’augurio di uno della mia età alla nuova classe dirigente è che sviluppi una politica all’altezza dei tempi e rifugga dagli errori e vizi del passato.