Una ricerca per sensibilizzare i cittadini di Torino alla lotta alla mafia, secondo il presidente della Commissione comunale per la legalità Fosca Nomis (Pd). Ma il primo lavoro di rilievo di una commissione che in due anni ha prodotto ben poco dimostra che i cittadini torinesi della mafia ne sanno più delle istituzioni. A suggerirlo sono i dati di una ricerca realizzata dall’Università di Torino per conto della Commissione antimafia comunale. Lo studio intitolato “Criminalità organizzata, contesto di legalità e sicurezza urbana” esplora il mondo dei commercianti e artigiani torinesi ed è firmato da un team di ricercatori guidato dal professor Rocco Sciarrone, uno dei massimi esperti di mafie al nord. Secondo lo studio la maggioranza degli operatori economici torinesi considera la mafia una forma di criminalità organizzata con legami nell’economia e nella politica. Un fenomeno che si è diffuso anche al nord per gli elevati livelli di corruzione economica e politica (92,7%), ma anche per la capacità dei gruppi criminali di estendere il raggio dei loro traffici illeciti (92,3%), e la disponibilità della politica e degli imprenditori a ricavare profitto e benefici dalla presenza mafiosa (86,8%).

Commercianti e artigiani ritengono la mafia particolarmente attiva nel traffico di stupefacenti (86,5%), ma anche nel controllo degli appalti (63%), nel settore edile (54%) e nell’usura (53%). Il pizzo è ritenuto poco diffuso (solo il 35% dice che è un problema abbastanza rilevante), molto più sembra esserlo l’usura, ritenuta abbastanza diffusa dal 70% del campione. Ben il 18% degli intervistati dichiara di aver conosciuto vittime di usura, mentre solo l’8,1 vittime di pizzo. Una percentuale comunque significativa, a fronte della quasi totale assenza di denunce. Il vero allarme nasce però dalla corruzione, che secondo gli intervistati riguarda prevalentemente la politica, “molto infettata” per il 51,2% e “abbastanza” per il 40,8%.

L’economia non ottiene una pagella migliore. Resta infatti “molto corrotta” per il 33,9% degli intervistati, e lo è “abbastanza” per il 53,4%. Più del 90% degli operatori economici pensa che il mondo degli appalti, punto di contatto tra politica ed economia, sia il luogo in cui si genera gran parte della corruzione. E se le vittime di corruzione non denunciano è per paura di ritorsioni (secondo il 43% del campione), mancanza di fiducia nelle istituzioni (36%), o convenienza (18%). Alla domanda “sarebbe disposto a testimoniare in un processo con imputati mafiosi?”, soltanto 1 su 5 risponde affermativamente, mentre il 43% lo ritiene possibile solo a condizione di tutele personali e familiari certe, e ben il 37% si dichiara non disponibile, soprattutto per paura, perché poco utile o perché “lo Stato non lo merita”.

Gli intervistati, infatti, hanno molta più fiducia nella famiglia (96,4%), nel volontariato(71,5%) e nelle forze dell’ordine(68,9%). Nella classifica seguono la scuola (61,8%) e internet (57,2%), mentre la magistratura si colloca solo al sesto posto (38,1%), poco prima della Chiesa (36,1%). Fanalino di coda sono lo Stato (9,6%), le banche (7,6%), il Parlamento (4,8%) e i partiti (2,8%). È interessante notare come l’Unione Europea si attesti al nono posto (27,1%), precedendo tutti gli enti locali, tra i quali gode di maggiore fiducia il Comune (16,9%); seguito da Regione (10,3%) e Provincia (9,9%). Sopravvive la speranza, malgrado soltanto il 39% si dichiari certo che la mafia possa essere sconfitta (a fronte di un 44% che lo ritiene possibile e di un 17% secondo cui non c’è nulla da fare). La lotta alle collusioni è indicata come uno dei primi rimedi (27%).

In ogni caso la percezione della presenza mafiosa resta forte e articolata, lontana da letture superficiali o sensazionalistiche. Il campione intervistato si è detto poco sorpreso dalle recenti operazioni contro la ‘ndrangheta in Piemonte: “Non mi sono stupito, perché si sapeva già”, ha dichiarato il 63%. Nulla di più lontano dalla sorpresa e dalle cautele dei locali rappresentanti del mondo del lavoro e delle imprese (Confindustria, Ance, Confartigianato e Unioncamere), ma non solo, che sul punto hanno sempre gettato acqua sul fuoco, beccandosi per questo anche una tiratina d’orecchie dalla Commissione parlamentare antimafia della scorsa legislatura.