Adesso che anche Matteo Renzi  l’ha usata  nel suo discorso di insediamento, forse anche qualcun altro, oltre al sottoscritto, dirà finalmente di essersi stufato. Basta con la parola “capitale umano”! Escludiamola dal vocabolario, mettiamola nella lista delle altre parole proibite, come “attimino”, “carino”, “rucola”, “devastante”, ecc. Non ne possiamo più, non tanto della parola in sé, ma della bugia e della fregatura che nasconde. Altro che weasel word, human capital è una “sòla” vera e propria (alla romana), un bidone, nascosto dall’inglese (che spesso viene usato per questi dirty jobs). Alzi la mano chi sa cosa vuole dire veramente “valorizzare il capitale umano”. Non certo migliorare le condizioni di lavoro delle persone. È un barbatrucco, travestito, un’illusione ottica alla Silvan, per non dire alla mago Otelma.

Tra gli studiosi la parola non è molto antica, pare sia stata coniata da Theodore W. Schultz negli anni ’60 del secolo scorso, ma il concetto è molto più antico, risale forse già a William Petty, un “economista” del XVII secolo. Da allora è stato tutto uno sforzo di precisare, anche formalmente, il significato di un termine che sinteticamente viene enunciato come “le capacità produttive degli esseri umani in quanto soggetti in grado di produrre reddito nel processo economico“. In realtà è molto altro, ben diverso e per questo dovremmo bandirla dai nostri discorsi, sia da quelli scientifici – che si dovrebbero basare solo su termini condivisi – sia da quelli delle conversazioni quotidiane, dove, almeno nel lessico, bisognerebbe cercare di non voler fregare il prossimo.

In realtà, capitale umano significa cercare di convertire in valori assimilabili al capitale le capacità e le attitudini di una persona. E questo è il punto: solo una piccola parte delle attitudini umane sono assimilabili ai termini quantitativi con cui si esprime esclusivamente il valore del capitale. C’est-à-dire che gran parte del reale valore umano resta escluso. Sarebbe come voler mescolare l’acqua con l’olio, perché il capitale sta alla persona proprio come il primo sta al secondo. Mi dispiace, ma la realtà è che parlare di capitale umano significa cercare di circoscrivere surrettiziamente i valori umani all’interno di uno schema inadeguato, con il risultato di non essere in grado di spiegare onestamente neanche i processi di cui la persona è protagonista. Un discorso non-scientifico quello del capitale umano, ma evidentemente non del tutto inutile, perché serve a continuare a considerare non convertibili in reddito determinate capacità lavorative e al contrario permette di continuare a sopravvalutare l’attività di altri soggetti, dalle caratteristiche più capital oriented. Ma il capitale è veramente misura di tutto, Mr. Renzi?

Sotto l’uso di questa parola si nasconde la menzogna sulla quale si continua a fondare la nostra società. Il fatto che i redditi non sono commisurati al reale impatto economico che essi hanno, ma solo alla misura in cui questo impatto si può convertire in dati di capitale. Lo diremo con grande deferenza e modestia, con buona pace di Vilfredo Pareto, Gary S. Becker e tutti quegli altri economisti che hanno ritenuto che si potessero seriamente contabilizzare i gusti, le preferenze sessuali e gli affetti: c’è un ambito dell’essere umano che non è assimilabile all’interno di quella rozza scienza che chiamiamo economia. E che molti continuano a voler tenere (per interessata ignoranza?) al centro della nostra vita, unità di misura del capitale, ma anche delle nostre splendide e inestimabili passioni.