In questi giorni negli ambienti dei grand commis si grida all’omicidio dei giudici amministrativi (Tar, Consiglio di Stato e Corte dei Conti) perché il Presidente Renzi (finalmente!) ha deciso di porre un argine alla doppia carriera dei giudici amministrativi, ostacolandone la presenza nei posti chiave della amministrazione (uffici legislativi e capi di gabinetto dei ministeri).

A me però, più che un omicidio, sembra un suicidio: basta guardare cosa hanno fatto i giudici amministrativi negli ultimi anni – fatti che denuncio da anni su questo blog – per capire di cosa sto parlando.

Ho già scritto in passato della folta schiera dei magistrati amministrativi indagati: a questi vanno aggiunti due presidenti emeriti del Consiglio di Stato (Paolo Salvatore e Alberto de Roberto) che, significativamente, si sono avvalsi del termine di prescrizione per parte dei reati loro contestati nell’ambito della indagine sul c.d. caso Giovagnoli, un Consigliere di Stato (Fulvio Rocco) accusato di aver interferito in un processo per favorire la figlia, il presidente di sezione Tar Adriano Leo, accusato addirittura di aver cambiato una sentenza dopo che era stata già decisa in modo diverso.

A ciò va aggiunta la posizione del Csm dei giudici amministrativi che, a seguito di denuncia (rilevatasi poi fondata) dell’appartenenza massonica (in sonno) di alcuni magistrati  (che è vietata per legge) ha deciso di mettere sotto procedimento disciplinare chi aveva denunciato tale scandalo e non chi era risultato effettivamente massone, rifiutandosi poi di disciplinare nuovamente la materia, nonostante esplicite richieste.

E infine, tutti i privilegi che negli anni sono riusciti ad ottenere, come per esempio un’inedita forma di straordinario per 1.300 euro ad udienza: prima il Csm dei giudici amministrativi ha ridotto il carico di lavoro massimo dei giudici amministrativi (che è bene ricordare fanno 2 udienze al mese!) poi ha dato loro facoltà di aumentare il carico di lavoro prima ridotto (che si attesta così a quello precedentemente svolto, che è pochissimo in confronto a quanto fanno i giudici ordinari), ma solo con la formula delle udienze aggiuntive, una sorta di straordinario pagato dal contribuente ben 1.300 euro a magistrato, per ogni udienza! Il tutto, di fatto, con tre mesi di ferie circa ogni anno.

Infine, una questione di logica: se il Pm Gratteri, che è un magistrato ordinario che ha dedicato la sua vita alla lotta antimafia, non può fare il ministro della Giustizia (perché è inopportuno che un magistrato si occupi del “suo” ministero), come si può sostenere che i giudici del Tar, del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti possano occupare i posti chiave nelle pubbliche amministrazioni su cui poi devono giudicare (si pensi a Frattini o Patroni-Griffi, che sono tornati da ex ministri a giudicare sui provvedimenti dei loro governi e di quelli successivi)? O la regola vale solo per un Pm antimafia che da sempre combatte le contiguità tra politica, massoneria e criminalità organizzata?