Uno pensa di trascorrere una placida domenica pomeriggio, corroborata da pensieri saggi di quell’uomo saggio di Graziano Del Rio, al quale la plurima figliolanza che arriva al record di nove fanciullesche unità (!) dovrebbe restituire l’idea di un padre completamente immerso nella felicità, quando invece – per configurare la nostra, di felicità – il medesimo Del Rio racconta in tivù dalla Annunziata che come primo atto del suo cammino il governo metterebbe (al solito) le mani nelle tasche delle vecchiette per ciucciare quei venti-trenta euro che servono alla sopravvivenza dello Stato. Tra l’altro, la parole esatte usate dal nostro buon papà emiliano profumano di quel provincialismo un tanto al chilo, per cui banalizzare le situazioni con parole totalmente arrangiate e anche un filo maleducate (poi smentite dal premier): “Se un’anziana ha 100mila euro di titoli e le togli 25-30 euro non avrà problemi di salute”. Grazie Del Rio, se l’Istat ci dà la lista di tutte queste arzille vecchiette con il malloppo succitato gliene saremo grati.

Questo banalissimo episodio, la prima chiacchiera televisiva del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, esprime tutta la forza di un conflitto interiore (a noi cittadini), che si può riassumere in una semplice domanda: è davvero un bene per la democrazia che la società intera (comprendendo dunque chi è d’accordo e chi no) sia “costretta” a sperare che Matteo Renzi faccia il meglio per l’Italia? Una domanda di questo genere si può anche risolvere semplicemente con l’assunto secondo cui il cittadino che non spera nella crescita del suo Paese non è un buon cittadino. Messa così, la questione si risolverebbe alla radice con buona pace del confronto delle idee. Ed è questa, in fondo, la condizione in cui ci troviamo, in cui un certo mondo entusiasta di Matteo Renzi (si direbbe un ottanta-novanta per cento del pensiero dominante) valuta come irresponsabili, se non sfascisti, i dubbi o le perplessità che possono affiorare.

Il problema non è di poco conto. Una società che è “costretta” a sperare nella buona risoluzione dei problemi del suo Paese, si trova sostanzialmente sotto ricatto psicologico. Ognuno di noi vive una doppia identità: quella pubblica, in cui avere quasi un senso di vergogna nel dover declinare le cose di Renzi che non ci convincono, e l’altra, più intima, in cui confessarsi le private inquietudini. Queste società così concepite perdono la loro capacità di analisi giorno dopo giorno, anche impercettibilmente, anche credendo d’essere ancora totalmente autonome di pensiero. Sulla media-lunga distanza queste società non saranno più libere. Sotto questo cielo, il ruolo dei giornali diviene più che fondamentale, dovendo colmare – appunto – quel vuoto di riflessione critica che un certo unanimismo entusiasta ha sensibilmente ridotto. Ma anche in questo caso, la preoccupazione anziché diminuire, aumenta. Da quando è nato il fenomeno Renzi, i giornali hanno via via perso la loro capacità riflessiva in luogo di una buona disposizione salivare per il politico-personaggio Renzi che indubbiamente trascina e al quale è difficile sottrarsi.

Anche in questo caso, niente di nuovo sotto il sole. I meno giovani tra i lettori ricorderanno i primi mesi di Silvio Berlusconi, nonostante il personaggio fosse già molto più divisivo dell’ex sindaco di Firenze. Chi scrive c’era in quegli anni e abbiamo ancora negli occhi il vivido ricordo di cronache davvero imbarazzanti anche da parte di cronisti che rispondevano a testate cosiddette liberal. Solo che il nostro, amatissimo, Cav. aveva nel passato già dato ampia prova della sua buona disposizione democratica, con l’iscrizione alla P2 e altre frequentazioni d’alto lignaggio, per cui una parte di Paese non si dispose da subito amabilmente nei suoi confronti (mantenendo in tutti i vent’anni successivi lo stesso atteggiamento e questo fu l’errore).

Ci vorrebbe uno scatto di Renzi, questo sì. Dovrebbe essere lui a chiedere una moratoria alla tendenza lustrastivali che si avverte in questi mesi. Ne avvertirà il peso?