Farah Abdullahi Abdi è uno dei testimonial della campagna internazionale Destination Unknown (Destinazione sconosciuta), che si batte per i diritti dei circa 33 milioni di minori e giovani sotto i venti anni che hanno lasciato il loro Paese per tentare di costruirsi un futuro in un posto migliore.

Un’iniziativa promossa dalla federazione internazionale di Terres des hommes e protagonista della conferenza tenutasi mercoledì 19 febbraio al Parlamento europeo di Bruxelles, organizzata insieme alla parlamentare europea Nathalie Griesbeck. Vi hanno preso parte il segretario generale di Terres des hommes, Ignacio Packer, la commissaria per gli Affari interni, Cecilia Malmström, e sono intervenuti anche vari membri del Parlamento europeo di diversi gruppi politici.

Durante la conferenza Farah ha raccontato la sua storia, con l’obiettivo di far comprendere alle istituzioni europee quanto sia necessario intervenire per “i tanti minori che continueranno a migrare verso l’Europa senza documenti, anche correndo il rischio di morire“, come egli stesso ha fatto.

Farah ha da poco compiuto diciotto anni, ma il suo lungo viaggio verso l’agognato “mondo occidentale” è cominciato quando ne aveva ancora sedici. “Sono nato nel sud della Somalia – racconta – ma avevo appena tre anni quando mia madre ha deciso di non poter far crescere me e mio fratello in uno Stato dilaniato da otto anni di guerra civile e senza nessuna prospettiva per il futuro. I miei genitori hanno così deciso di spostarsi nel vicino Kenya, dove siamo rimasti in un campo rifugiati per qualche mese e poi ci siamo trasferiti nella capitale Nairobi. Lì i miei genitori si sono dovuti ricostruire una vita da zero, permettendo a me e mio fratello di andare a scuola e avere un’istruzione. Ma io non ero un bambino come tutti gli altri e crescendo ho imparato a capire me stesso e a riconoscere la mia omosessualità, con la consapevolezza di come la mia condizione fosse assolutamente vietata sia dalla mia religione sia dallo Stato in cui vivevo”, dove è addirittura previsto il carcere per le persone omosessuali.

“Dopo aver concluso la scuola primaria e secondaria – prosegue Farah – vedevo che la mia famiglia era riuscita a costruirsi una vita, mentre io ero sempre più depresso e sognavo il mondo che vedevo alla tv. Quello in cui è normale che esista l’energia elettrica, l’acqua pulita, i diritti e la libertà di manifestare un’idea o viaggiare. Quell’occidente che guarda ai Paesi dell’Africa pensando di poter venire a farci visita, lasciarci qualche soldo e poi tornare nelle sue belle città pretendendo che noi non ci muoviamo dal luogo in cui siamo nati. Ma io non riuscivo ad accettare la mia condizione. Piangevo di continuo, il cibo per me era diventato una specie di droga in cui annegare i miei dolori, rischiando l’obesità. Mia madre era sempre più preoccupata per questa mia voglia di scappare e raggiungere l’Europa e dopo aver cercato in tutti i modi di convincermi a restare, alla fine ha ceduto e ha deciso di lasciarmi i suoi risparmi affinché realizzassi il mio sogno”.

Prima di raggiungere Malta nel 2012, Farah ha dovuto affrontare un viaggio di nove mesi, attraversando l’Uganda, il Sud Sudan, il Sudan, il deserto del Sahara, la Libia e il Mediterraneo. “Un viaggio di violenze, abusi sessuali, prigionia e una quotidiana privazione dei diritti umani, perché senza documenti non esiste modo di prendere un aereo da Nairobi verso qualunque città europea. L’esperienza peggiore l’ho vissuta in Libia – continua Farah – dove ho visto una vera e propria catastrofe umanitaria e dove ho constatato che intorno al traffico di esseri umani c’era un giro d’affari persino superiore a quello del petrolio. Ho visto edifici pubblici come scuole e ospedali trasformate in infrastrutture carcerarie per migranti, in cui dovevi pagare per essere rilasciato. Ci ho passato circa sette mesi, dove sono stato rinchiuso in prigione e dove ho scoperto che in certi posti commettere una violenza o un abuso sessuale è considerato normale come andare a comprare un pacchetto di sigarette. E penso che l’instabilità politica di questi luoghi faccia anche comodo ai tanti interessi economici presenti in nord Africa”.

Alla fine, dopo aver speso gli ultimi risparmi e aver rischiato la vita per attraversare il Mediterraneo sopra un barcone, Farah è riuscito a scappare dalla Libia e a ottenere lo status di rifugiato a Malta, dove oggi sta proseguendo il suo corso di studi.

“Io mi definisco un combattente – conclude – e non accetto assolutamente di essere considerato una vittima, perché sono stato io a prendere la decisione di lasciare tutto per costruirmi un’altra vita. Ma oggi sono qui perché voglio che le istituzioni europee sappiano che il regolamento di Dublino e le loro politiche per limitare i flussi migratori non funzionano“, e che dipende quindi da loro se adottare delle soluzioni efficaci per evitare che storie drammatiche come quelle di Farah, o addirittura peggiori, continuino a ripetersi ogni giorno.