La sorte degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) sta diventando un rebus. Dovevano chiudere il 31 marzo di un anno fa, come disposto dalla legge 9 del 17 febbraio 2012. Poi il termine è stato rimandato al primo aprile 2014. Ma qualche settimana fa con una proposta emendativa alla legge Milleproroghe la Conferenza Stato-Regioni ha chiesto di rinviare la chiusura al primo aprile 2017. Cioè fra quattro anni.

Piccoli ospedali regionali con 20 posti letto ciascuno dovrebbero diventare l’alternativa ai sei opg dislocati sul territorio nazionale, quello di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), Aversa (Caserta), Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Reggio Emilia e Napoli. Per finanziarli il Parlamento ha già stanziato 120 milioni di euro (più 38 milioni per il personale) nel 2012 e 60 milioni (più 55 milioni per il personale) nel 2013. Insufficienti. Inevitabile sarà l’intervento dei privati.

Il Comitato Stop Opg denuncia: “I soldi per la riconversione sono destinati quasi solo a costruire le 43 nuove Rems (Residenza per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria) e non a riqualificare i servizi attuali”. Il rischio è quello di mini-opg, cioè strutture simili a quelle precedenti che puntano sulla detenzione anziché sul recupero della persona.

Comunque di strutture sostitutive che dovrebbero accogliere i 1400 internati (un terzo dei quali dimissibili) non ne esistono ancora. Qualcosa si è mosso in Lombardia: a Cernusco sul Naviglio (Milano) è nata una comunità con 16 posti disponibili per chi esce dagli Opg; nel mantovano, invece, si sta lavorando all’apertura di cinque comunità di riabilitazione con laboratori e la possibilità di terapie.

Un altro buco nero riguarda la carenza di assistenza a domicilio e di centri per la salute mentale diurni. La denuncia questa volta arriva dall’associazione “Riforma assistenza psichiatrica” (Arap): “Capita spesso che il malato non capisca di esserlo e non voglia curarsi. Le famiglie hanno vergogna a fare il primo passo e va a finire che nessuno le aiuta a prendere in mano la situazione e chi soffre di disturbi molto seri rimane murato in casa”.

Insomma, la riforma Basaglia in parte è stata disattesa. A Milano è nata l’associazione “Vittime della 180”, cioè di quelli delusi. “La legge 180 è stata attuata ma è fallita per la mancanza di strutture che per tre o quattro mesi ospitano il malato in attesa dell’effetto dello psicofarmaco”.

Dall’altra parte, pensare che il farmaco sia la panacea contro tutti i mali è sbagliato. Quello che succede nella comunità “Pietro Corsini” di Pellegrino Parmense, un piccolo paese sulle colline vicino a Salsomaggiore, la dice lunga. Qui ci sono sette appartamenti per 14 inquilini (soprattutto schizofrenici, oligofrenici e borderline), sorvegliati 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Molti pazienti arrivano dall’ospedale, dove la cura attraverso psicofarmaci non è servita a recuperare il benessere. Lo psichiatra c’è due volte al mese. Per il resto devono vedersela 13 operatrici socio-assistenziali, due educatori (e altri due saltuari) e due infermiere che in caso di emergenze hanno escogitato un piano: al posto di iniettare il sedativo al paziente (azione difficile e pericolosa perché la persona può diventare aggressiva) scelgono la strada del dialogo finché non recupera la calma. In questo modo si crea un legame di fiducia che aiuta il paziente. L’Asl però mette a disposizione solo tremila euro l’anno per la riabilitazione.

Va sempre a finire così: se l’iter va in tilt, il giro di affari degli psicofarmaci va a gonfie vele. Secondo l’ultimo rapporto dell’Osmed, quelli per il sistema nervoso centrale rappresentano la quinta categoria terapeutica a maggior spesa pubblica, pari a quasi 1,5 miliardi di euro (24,6 euro pro capite).

@chiadaina

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