“Il Giappone, in vista di un probabile scontro sulle isole contese con la Cina, sta lavorando segretamente a un programma nucleare”. Come dire, il Giappone avrà, o forse ha già, la sua bomba. La notizia, pubblicata qualche giorno fa a un giornale cinese (non lo stesso che un mese fa ha messo in giro per primo la colossale bufala dello zio del leader norcoreano Kim Jong Un dato in pasto ai cani, ripresa dai media di tutto il mondo), doveva essere di per sé una bomba. Ma per ora caduta senza far alcun rumore. Primo perché a pubblicarla è un settimanale cinese, poi perché è un settimanale cinese di Taiwan. Infine e soprattutto, perché aldilà del titolo, qualche dato già noto e molta immaginazione non fornisce elementi decisivi per confermare quanto da sempre si sa. E cioè che il Giappone è l’unico paese non membro del “club nucleare” ad avere gli “ingredienti” e la tecnologia per diventare una potenza nucleare in pochi mesi. Ma che non ha alcun interesse a diventarlo. Ed è certamente, al momento, così.

Qualche camion pieno di cialtroni a ore che girano per le strade a decibel spiegati per risvegliare lo spirito patriottico o un vecchio impiegato che lancia sulla rete – raccattando tuttavia qualche adesione – l’idea di celebrare il compleanno di Hitler con una bella festicciola semiprivata non inducano in errore. I giapponesi avranno tanti difetti, avranno anche governi che – tranne qualche rara ma importante eccezione – non hanno ancora avuto il coraggio di prendere le distanze dal passato in modo netto ed inequivocabile (e anzi spesso tentanto di riscrivere la storia), ma non sono certo né guerrafondai né imbecilli. E nemmeno violenti. Nessuno qui, neanche quelli che inneggiano alla sacralità della patria e alla necessità di ripulirla dal “puzzo” straniero prende a calci gli ebrei o gli immigrati (anche perché ce ne sono pochi), e nemmeno i “comunisti” (che sono ancora parecchi) o i mendicanti, categoria in aumento. E tanto meno i gay, da sempre non solo tollerati, ma rispettati.

Ma soprattutto, nessun politico, nessun militare e tanto meno l’Imperatore potrebbe convincerli, oggi a “partire” per una guerra. Qualsiasi guerra. Il problema, semmai, è un altro: che un governo sempre più arrogante a livello internazionale – atteggiamento tipico dei governi che non riuscendo a mantenere le promesse in patria cercano di distogliere l’attenzione per mantenere un minimo di popolarità – possa provocare, più o meno dolosamente un incidente, e che scoppi il finimondo. Che questi “worst scenario” siano oggetto di studio e tentativo di prevenzione è giusto e guai se non fossi così. Limitiamoci dunque a valutare l’ipotesi di un Giappone che, per difendersi, decida di costruire la sua bomba, all’insaputa, quanto meno formale, del mondo ma con il tacito consenso degli Usa. I quali non sembrano tuttavia avere le idee troppo chiare. Qualche timore che il Giappone possa, improvvisamente, sfuggire di mano ce l’hanno, se da tre anni (e cioè dall’incidente nucleare di Fukushima che ha provocato l’arresto prima parziale, poi totale della produzione di energia nucleare per uso civile) insistono affinché Tokyo restituisca 300 kg di plutonio di altissima qualità “prestato” a suo tempo, all’epoca della guerra fredda, per non meglio definiti “scopi scientifici”. Quantità che secondo gli esperti potrebbe consentire al Giappone di realizzare, in pochi mesi una quaratina di bombe nucleari. I giapponesi, che non possono ovviamente rifiutarsi di restituirlo, di fatto “nicchiano”. E solo qualche giorno fa pare abbiano deciso di restituirne, intanto, una parte.

Curioso che di questa vicenda, alquanto interessante e comunque non scevra di possibili pericoli (e se il carico viene intercettato? E se c’è un incidente) nessuno parla, tranne siti militari e studiosi del settore nei loro blog. Gli Usa stanno anche insistendo, e non poco, affinché il governo di Abe mantenga le promesse della campagna elettorale e faccia ripartire al più presto le sue centrali. E questo non per motivi – o quanto meno non solo – commerciali, anche perché dopo la pessima figura fatta dai vecchi reattori della General Electric se mai ci sarà un futuro nucleare per il Giappone sarà in collaborazione con la Francia e la sua società pubblica Areva, ma per evitare l’ulteriore accumulo di plutonio. Si calcola infatti che oramai ce ne siano oltre 800 tonnellate, in giro, che nessuno sa più dove mettere e che non sono, come si potrebbe immaginare, proprietà del governo, ma delle 9 società elettriche che gestiscono il mercato dell’energia in Giappone, tra le quali la premiata ditta Tepco, nota per il disastro annunciato, e pessimamente sinora gestito, di Fukushima. La riapertura delle centrali, soprattutto quella di Rokkasho (l’impianto nella foto), l’unica abilitata a “chiudere il ciclo” del plutonio trasformandolo in combustibile per alcuni tipi di reattore (uno dei quali si trova a Fukushima) consentirebbe di smaltire questo immense carico e – suggeriscono alcuni – evitare che vengano, a qualcuno, strane idee.

È anche vero, d’altro canto, che più procede il programma di riduzione degli armamenti nucleari – sul quale l’amministrazione Obama ha puntato molto della sua credibilità – più aumentano, oggettivamente, le possibilità che il Giappone, difronte alla “minaccia” (non importa se reale o percepita) della Cina vada per la sua strada, Quello che gli Usa – e tanto meno l’Europa – non percepiscono ancora è l’estremo livello di sfiducia, per non chiamarlo in altro modo, e la conseguente, reale tensione tra i tre paesi più importanti del continente oramai più importante del mondo: Cina, Giappone, Corea. Ai quali occorre aggiungere la variabile impazzita della Corea del Nord, il cui giovane leader, Kim Jong Un potrebbe passare alla storia per due, totalmente opposti, motivi. Aver evitato l’apocalisse, o averlo provocato. Nel frattempo speriamo che l’Abenomics funzioni, che la Cina continui a trascinare l’economia mondiale e che i coreani, sia quelli del nord che quelli del sud, invece delle superpotenze, ascoltino il loro cuore.