Lo scrivo a te, caro collega ma lo voglio dire anche a voi amici studenti: stamattina la storia non possiamo leggerla sul testo, non possiamo raccontarla perché la stiamo vivendo.

Stamattina non possiamo entrare in aula senza pensare a Olesya l’infermiera 21enne che ieri mentre era in piazza a Kiev per protestare contro il governo, ha twittato: “Sono stata colpita, sto morendo”.

Quel cinguettio è un grido disperato, un appello a noi cittadini d’Europa che non possiamo restare a guardare silenti ciò che sta accadendo a due ore e mezza di volo dall’Italia. Quei giovani in piazza Maidan sono i figli di Katrina, di Margarita, di Irina, quelle che noi chiamiamo badanti. Vivono ogni giorno accanto a noi, stanno ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, con i nostri nonni. Del loro Paese fino a ieri sapevamo ben poco: questa Ucraina era sconosciuta ai più. Ci ricordavamo a malapena della rivoluzione arancione.

Ma ora non possiamo più voltarci dall’altra parte. In altri momenti storici saremmo già scesi in piazza con la bandiera della pace; nei nostri licei avremmo iniziato le lezioni con qualche preghiera negli scantinati della scuola. Ora siamo assuefatti, anestetizzati dal teatrino della politica italiana, consapevolmente distratti da un Festival che ha già dato al nostro tempo.

Stamattina, quando entrerai in classe, caro collega, non fare l’appello dei tuoi studenti. Prova a immaginare di chiamare, con i tuoi ragazzi, quei cento nomi di uomini e donne morti per il loro Paese. Per un giorno non seguire lo sterile programma. Apri un quotidiano con i tuoi alunni: fermati, leggi e rifletti, discuti con loro. Non lasciare che l’ebbrezza della storia scorra nei titoli in sovraimpressione dei telegiornali senza entrate nella vita dei tuoi studenti.

E tu caro studente, stamattina, provoca i tuoi prof: la scuola è vita, la scuola non può chiudere gli occhi di fronte ad un Paese che sta per entrare in una guerra civile che sanguinerà sull’Europa. Non arrendetevi di fronte a chi preferisce parlarvi solo di ciò che sta già scritto, alzatevi in piedi, parlate, raccontate la storia della badante di vostro nonno, chiedete anche solo un minuto di silenzio per l’Ucraina. Per poi magari riempire quel silenzio di immagini scattate in piazza Maidan.

Raccontate di Anna, una ragazza che ho conosciuto sul treno verso Napoli: è arrivata in Italia da un piccolo paese dell’Ucraina a 19 anni. Ha abbandonato la sua famiglia, ha fatto per due anni la badante. Su quel vagone, di fronte al mio spaesamento nel sentire la sua storia, mi rimproverava con un “Quando hai necessità sei disposto a tutto anche se sei giovane”.

In queste ore mi ha scritto: “Io almeno qui in Italia vedo il lusso e il divertimento non la paura e la disperazione della gente del mio popolo”.

Stamattina, chiudete il libro, ascoltate “La storia siamo noi” di De Gregori mentre guardate i volti di chi sta scrivendo la storia in Ucraina. Siamo tutti coinvolti.