Edward Mukiibi ha 28 anni ed è ugandese. Quando era studente di Agraria all’università, con alcuni professori e colleghi studenti ha lavorato per introdurre nel Paese una varietà ibrida di mais che fino ad allora non era ancora utilizzata in quelle terre. Edie e gli altri erano animati dai più sani principi: pensavano che con quei nuovi semi avrebbero contribuito a migliorare il reddito dei contadini e ridotto la fame. La loro proposta incontrò rapidamente un grande successo e tutti i contadini interpellati si decisero ad aderire, destinando quanta più terra possibile per questo mais. Ma il clima ugandese è molto più complesso del laboratorio dove questo mais era stato messo a punto. La grande siccità del 2007 fece perdere tanti raccolti e molti contadini si trovarono nella condizione di non riuscire a pagare i debiti contratti per comperare i semi. Quando Edie dovette ritornare da questi contadini, non osò guardarli in faccia per la vergogna che provava.

Questa piccola storia, Edie l’ha raccontata lunedì sera a Milano, davanti a una platea di circa 500 persone: soci Slow Food, imprenditori, giornalisti, artisti. Erano tutti riuniti per ascoltare le sue parole e quella di altre donne e uomini d’Africa venuti nella città dell’Expo di Nutrire il Pianeta per raccontare come loro stanno provando a nutrire l’Africa. «Noi conosciamo meglio di chiunque altro le nostre risorse» ha aggiunto Edie. «Quell’evento del 2007 ha cambiato completamente la mia visione. Dobbiamo lavorare con gli agricoltori che conoscono le loro risorse e devono poter decidere che cibo vogliono produrre. Devono poter avere la sovranità su terreno, acqua, semi, cibo. Poter decidere cosa vogliono coltivare e cosa vogliono mangiare.»

Edie e i suoi compagni d’avventura ci raccontano di un’Africa dove le multinazionali spingono perché si diffondano sempre più le monocolture. Le parole sono forti: «Le monocolture sono sbagliate, portano la fame. Se sono i contadini a poter decidere, non c’è la fame. Le monocolture hanno contribuito a diffondere la fame in Africa. Le monocolture sono un crimine contro l’umanità perché privano gli africani del diritto di decidere quale agricoltura vogliono praticare. Come pure il land grabbing è un crimine contro l’umanità perché priva le comunità della terra necessaria per coltivare i beni alimentari di prima necessità.»

Certo non basta eliminare le monocolture e il land grabbing per cancellare la fame e offrire una possibilità di salvezza all’Africa e alla sua gente. Ci vuole un’alternativa, oggi identificata soprattutto nell’agricoltura familiare che la FAO celebra in tutto il mondo proprio nel 2014. L’agricoltura familiare e l’economia di sussistenza sono il primo fondamentale argine alla fame e alla povertà e sono in grado di incidere in profondità e in tempi rapidi.

Occorre mettere le comunità nelle condizioni di passare dalla monocoltura ad una agricoltura fondata sulla biodiversità, sulla piccola scala, sul diritto alla sovranità alimentare.

Slow Food sta provando già da qualche tempo a dare il proprio contributo, attraverso una rete che ancora dieci anni fa era composta da pochissime unità e oggi può contare su 40 mila attivisti nel continente e centinaia di progetti avviati. Il contributo principale di Slow Food sarà la realizzazione di 10 mila orti in 40 Paesi africani. Sino ad ora ne abbiamo già creati 1000 e le comunità che sono state protagoniste testimoniano oggi di quanto questo progetto, in apparenza così semplice e scontato, sia capace di favorire quel cambiamento così necessario. I leader del progetto sono quasi sempre giovani, spesso donne: tutti africani che vogliono continuare a vivere nei loro Paesi, liberi dalle moderne forme di colonialismo imposte da brevetti sui semi, dumping e altre politiche che non consentono di prendere in mano il proprio destino e guidare il continente verso un futuro che concede, anche alla sua gente, la possibilità di un progresso e uno sviluppo almeno dignitosi.