Non ci piace calcolare la ricchezza in termini di Pil (Prodotto Interno Lordo). È un indicatore sbagliato, però se il Pil della Sardegna è nel 2012 -2,8% rispetto all’anno prima, e nel 2013 -4%, è un problema. Siamo alla decrescita infelice. Perché la disoccupazione in Sardegna è aumentata più che al Sud, e sono aumentati gli inoccupati. L’occupazione che si crea, inoltre, è molto più precaria rispetto a prima, e la cassa integrazione tra il 2009 ed oggi è aumentata del 500%. La povertà relativa coinvolge circa un terzo delle famiglie. A Cagliari, capitale della Sardegna, i senza fissa dimora erano circa 350 nel 2012, e oggi sono almeno 450.

Di fronte a questo disastro, alle elezioni tenutesi il 16 febbraio si sono confrontate diverse coalizioni: il centrodestra, il centrosinistra, una coalizione guidata da Mauro Pili ed una guidata da Michela Murgia.

Ha vinto Francesco Pigliaru, il candidato governatore del centrosinistra. La vittoria, nonostante i disastri del precedente governo di centrodestra, è stata solamente di ventimila voti. L’astensionismo è stato elevatissimo: quasi il 50%.

Michela Murgia ha ottenuto più del 10% e le liste collegate poco più del 6%, ma sono fuori dal consiglio regionale. Una legge elettorale votata dal centrodestra e dal centrosinistra di allora fa si che le soglie di sbarramento siano del 10% per una coalizione. Una aberrazione, proprio nel momento in cui tantissimi si allontanano dalla politica. Anzi, dall’esercizio del diritto di voto.

Il centrosinistra sardo non è quello italiano. È un centrosinistra dove il Pd elegge 18 consiglieri, con una maggioranza di 36. I restanti consiglieri saranno di altri partiti. Un governo realmente di coalizione, insomma. Nella maggioranza sono rappresentate la sinistra, l’area sovranista ed anche gli indipendentisti di IrS (Indipendentzia Repubrica de Sardigna).

Pigliaru ha di fronte a sé diversi scenari. Il primo è diventare, un po’ come Cappellacci nei confronti di Berlusconi, un fedele alleato del governo italiano amico. Un alleato che abbaia ma non morde. Sarebbe una scelta suicida, data la storia recente dell’isola. Il secondo scenario è di mettere a frutto le migliori intuizioni di Renato Soru, governatore dal 2004 al 2009. Renato Soru, insieme ad Emilio Lussu e Mario Melis, è stato il terminale di un processo storico, cominciato con la prima guerra mondiale, di presa di coscienza del popolo sardo. Soru, Lussu e Melis sono stati protagonisti di processi non conclusi, abortiti. Pigliaru potrebbe, con una evoluzione tanto repentina quanto necessaria, riprendere e portare a maturazione quei processi.  Il terzo scenario è di rimanere ostaggio del Pd e delle sue contraddizioni. È successo a Federico Palomba, governatore di centrosinistra dal 1994 al 1999. Palomba è stato il governatore delle sette giunte, vittima delle lotte senza contenuto delle varie correnti della maggioranza.

La sinistra, i sovranisti e gli indipendentisti possono giocare un ruolo centrale. Mettano in campo idee, competenze e capacità egemonica per colmare il vuoto di progettualità che abbiamo conosciuto in questi anni. I rapporti di forza, se ben guidati, possono volgere a nostro favore. Non si può sbagliare. Proprio la crisi economica, così forte, spinge verso decisioni coraggiose, innovative, antiliberiste. Su nuovo modello di sviluppo, basi militari, riconversione economica, bilinguismo e sovranità fiscale si gioca il futuro di un’isola. Assumere il paradigma della sovranità significa assumere anche quello della responsabilità. Basta lamentazioni, si pretenda ciò che ci spetta, senza alibi.

Sovranità non vuol dire isolazionismo. Al contrario. In tutta Europa sta avanzando la proposta di Alexis Tsipras, giovane capo di Syriza, la sinistra greca. Tsipras, candidato alla presidenza della commissione europea per la sinistra europea, in Italia sta raccogliendo vasti consensi. Per Tsipras l’economia deve essere al servizio della gente, e non il contrario. Su questo si basa il rifiuto dell’austerità e delle politiche economiche europee. La sinistra, i sovranisti e gli indipendentisti si uniscano e, mantenendo le proprie identità ed organizzazioni, costruiscano le trame per una nuova Sardegna, dentro una nuova Europa.