Festival di Sanremo a parte, i format televisivi che in Italia vanno per la maggiore sono due: i talk show con i politici e i talent. Entrambi fanno leva sulla nostra natura di tifosi. Nei primi si disputa l’eterno derby fra destra e sinistra, che ormai è a tutti gli effetti un’amichevole, ma non per questo smette di appassionarci; nei secondi assistiamo all’annosa lotta per la celebrità, nella quale i moderni gladiatori si sfidano ai fornelli, sulla pista da ballo, oppure brandendo in luogo dell’antico gladio, il microfono da crooner di The Voice of Italy o di X-Factor.

I talent show della Tv italiana derivano per lo più da format stranieri, mentre i talk politici – o programmi di approfondimento – sono un fenomeno tutto nostro. In quest’ultimo segmento quindi, sembrerebbe esserci ancora spazio per i creativi del nostro paese, se non fosse che il mercato ne è saturo. A La7, per esempio, non passa giorno feriale senza almeno una di queste trasmissioni: dalla striscia quotidiana di Lilli Gruber, alla maratona del giovedì sera di Michele Santoro, il palinsesto dell’emittente offre una vasta gamma di prodotti del genere. Non mancano peraltro alcuni tentativi di svecchiamento, con programmi tipo quello del camaleontico Gianluigi Paragone, dove lo sforzo per ingraziarsi il sempre più sfuggente pubblico giovane lo si intuisce, più che altro, dalla scelta del conduttore di indossare scarpe da ginnastica variopinte.

In un panorama del genere, proporre idee nuove da tradurre in trasmissioni televisive è sempre più difficile. Tuttavia, ritengo di avere l’idea che sarà in grado di risollevare gli indici d’ascolto della sofferente Tv generalista italiana. Il format di mia invenzione è la summa della migliore offerta televisiva del momento. Si tratta, infatti, di un talent show per politici (titolo provvisorio: Talentocracy). Funziona così: sei un aspirante politico? Vuoi una scorciatoia che ti consenta di bypassare la solita trafila delle mazzette, dei festini e delle cene eleganti? Molto bene. Partecipando a Talentocracy, in sole dodici puntate, ti sarà data l’opportunità di guadagnarti la tua poltrona in Parlamento.

Ai concorrenti di Talentocracy sarà messo a disposizione uno studio foderato di gommapiuma, dove potranno massacrarsi di botte proprio come i parlamentari veri. Inoltre, dovranno superare non solo prove fisiche ma anche d’intelligenza, come per esempio quella dello scioglilingua (titolo provvisorio della prova: “La Supercazzola”). I concorrenti avranno a disposizione per questa sfida trenta secondi, entro i quali dovranno dimostrare di saper intrattenere il pubblico televisivo con un monologo in stile talk, senza – pena l’eliminazione – dire nulla di concreto. Di seguito ne propongo uno a mero titolo esemplificativo: “Quando parlava lei io non l’ho interrotta, detto questo la ringrazio per la domanda e se mi lascia finire le garantisco che ci stavo arrivando, ma prima vorrei rispondere al collega, anche se sono questioni che francamente non mi interessano, dopodiché decideranno gli elettori”.

A fare da cornice occorrerà un collegamento esterno, da dove alcuni finti operai insulteranno i politici. In studio, farà da contrappunto un finto imprenditore – meglio se brianzolo – che fingerà di fingere di essere solidale con i finti operai.

Naturalmente, in virtù del carattere democratico del format, la sorte degli aspiranti politici sarà in mano all’insindacabile giudizio dei telespettatori. Essi potranno votare il loro beniamino comodamente da casa, con l’innovativo metodo “Italicum”. Purtroppo non sappiamo ancora esattamente come questo sistema funzioni, perciò – per la prima edizione – si preferirà il meno innovativo ma sempre efficace metodo detto “Staffetta”. In altre parole, il vincitore lo decidono gli autori e siamo a posto così.