L’oggetto della riunione doveva essere il programma. E così Graziano Delrio ha provato a impostare il lavoro del vertice di maggioranza. Ma la speranza è durata poco, perché più che altro la discussione si è incentrata su temi politici: il rapporto tra legge elettorale e riforme e il perimetro della maggioranza. E la poltrona del ministero della Giustizia improvvisamente diventata più incandescente di quella dell’Economia. Perché Angelino Alfano non ne vuole sapere di lasciare il dicastero dell’Interno, nonostante il caso Shalabayeva sia ancora fresco nella memoria dei più. Ma in subordine a questa permanenza “indecente”, il leader di Ncd avrebbe fatto una proposta altrettanto “indecente”, quella di venir spostato alla Giustizia, un posto a lui ben noto in epoca berlusconiana e da dove fu vergato l’omonimo lodo, poi risultato incostituzionale.

Così, mentre Renzi tentava di rassicurare gli animi che “ormai è questione di ore e chiudiamo tutto”, in realtà c’è ancora molto da decidere. Una delle ultime opzioni sull’Economia, per dire, vede lo stesso Delrio in pole position, puntellato dal rettore della Bocconi, Tabellini, come viceministro, ma non è solo questo, si diceva. C’è la giustizia che si è fatta un campo minato. E’ noto che Silvio Berlusconi, durante l’incontro alla Camera, ha chiesto a Renzi di non avere un ministro ostile alla Giustizia. E, comunque, di far diventare il tema della riforma non primario nel tabellino di marcia del prossimo esecutivo, tant’è che l’elemento non è mai comparso, negli ultimi giorni, né nei discorsi formali né in quelli informali del premier incaricato. Sembrava, insomma, che la giustizia fosse uscita di scena, poi Alfano (che i renziani non vorrebbero neppure dentro il nuovo governo) che invece la fa tornare in primo piano, come arma di ricatto, proprio mentre si era sondata la disponibilità di due magistrati di primo piano, quello di Raffaele Cantone, l’uomo che ha combattuto il clan dei Casalesi, e quello di Nicola Gratteri, il nemico numero uno della ‘ndrangheta calabrese. A quello che si è potuto sapere, Gratteri avrebbe declinato l’invito, mentre Cantone avrebbe preso tempo per rifletterci su, ma nulla è deciso. Nel caso di un tecnico a via Arenula, poi, Renzi avrebbe senz’altro messo un sottosegretario politico di sua stretta osservanza (si faceva il nome della responsabile giustizia della segreteria del Nazareno, Alessia Morani), solo che poi tutta la partita è tornata in alto mare. Per colpa di Alfano. Che, tanto per dare un avvertimento, ha mandato un messaggio preciso: “Non vogliamo giustizialisti alla giustizia e un ministro amante delle tasse all’economia”

D’altra parte, il vertice di maggioranza è finito male, malissimo. Alla fine della riunione, qualcuno ha parlato di timido “primo passo”, altri hanno invece messo in evidenza le criticità. Che oltre alla scacchiera delle poltrone, vede in primo piano il nodo dei tempi di approvazione della legge elettorale e la garanzia di durata della legislatura. Ncd, infatti, spalleggiata anche da altri, avrebbe chiesto di mettere nero su bianco l’approvazione della legge elettorale dopo la riforma del Senato, offrendo in cambio garanzie di voto sulla riforma. Delrio ha garantito, spendendo la parole di Matteo Renzi, che l’intenzione del presidente incaricato è appunto questa, ma tanto non sarebbe bastato ai capigruppo di Ncd. Anche la richiesta di un supplemento di confronto sarebbe stato rifiutato e la riunione si è dunque chiusa con un percorso avviato solo a metà. Fra i nodi anche la riforma del lavoro: “Noi chiediamo la radice quadrata della legge Fornero, ma voi chiedete la Fornero al quadrato”, avrebbe detto, secondo quanto si è appreso, durante l’incontro, il capogruppo Ncd al Senato, Maurizio Sacconi. Sul tavolo, poi, crescita e fisco, ma anche le questioni che il nuovo esecutivo non dovrebbe affrontare per le diverse sensibilità come i temi etici e la liberalizzazione degli stupefacenti. “Non sarà facile fare un governo insieme”, ha chiuso, lapidario, Renato Schifani. Portarlo avanti, viste le premesse, sarà ancora più complesso.