A tre anni esatti dall’avvio del processo per il delitto di Mauro Rostagno e a 25 anni dall’omicidio, il dibattimento davanti alla Corte di Assise di Trapani registra una svolta. Contro il presunto assassino, Vito Mazzara, arriva ora l’esito di una perizia. Potrebbe essere suo infatti il Dna trovato su un pezzo del fucile calibro 12 usato per uccidere Rostagno. La perizia porta la firma degli esperti biologi Carra e Di Simone e dello statistico forense Presciuttini. I periti hanno esaminato una parte del fucile a pompa ritrovato sul luogo del delitto, a Lenzi, nelle campagne di Valderice. L’arma si spezzò durante l’esplosione del colpo. E su quest’arma si sono concentrate le attività balistiche (diversi periti hanno evidenziato che i bossoli del delitto Rostagno risultavano compatibili con quelli di altri omicidi attribuiti con sentenze di condanna a Mazzara) poi per iniziativa del presidente della Corte, giudice Pellino, è stata introdotta la perizia sul Dna, e impronte genetiche sono state così individuate.

Gli esperti incaricati dalla Corte verranno interrogati il 26 febbraio e renderanno note le conclusioni depositate che parlano appunto di una compatibilità “molto forte” tra il Dna ritrovato sul reperto e quello di Mazzara. La difesa di Mazzara puntava molto a mettere in discussione la validità delle perizie balistiche per alcune controverse interpretazioni venute da alcuni periti. Per essere ancora più certa alle ultime fasi del dibattimento, aveva portato davanti alla Corte il consulente di parte apposta nominato, l’ex capo dei Ris di Parma, il generale dei carabinieri Luciano Garofano.

Altro imputato nel processo è il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, anche lui già ergastolano come Mazzara. Secondo i collaboratori di giustizia Virga organizzò quel delitto su ordine del patriarca della mafia belicina don Ciccio Messina Denaro. Rostagno, giornalista in una tv privata, Rtc, con i suoi interventi “era diventato una camurria”. Come ha raccontato ai giudici la figlia Maddalena, “stava facendo il terapeuta di una città” che aveva scelto (e mantiene) la connivenza con i poteri forti, mafiosi quanto politici. Rostagno fu tolto di mezzo il 26 settembre del 1988. Per l’accusa fu Mazzara a sparare, già killer di altri delitti. L’antivigilia di Natale del 95 ammazzò un agente della penitenziaria, davanti a moglie e figlia, come regalo di Natale ai boss detenuti. Tra gli argomenti difensivi anche quello di legare l’omicidio Rostagno a questioni sentimentali e tradimenti. Questo il tam tam scattato già nell’88 come indicato dal boss di Mazara Mariano Agate durante un summit. In delitto sarebbe rimasto senza processo se non fosse stato per l’ex capo della Mobile Linares e un poliziotto vecchio stampo, Nanai Ferlito, i quali fecero scoprire che nonostante anni di indagine (“malfatte” è stato sentito dire più volte in aula) non erano mai stati fatti i confronti balistici.