E’ appena finita la prima serata della 64a edizione del Festival di SanRemo. Ovviamente è stato quasi tutto molto brutto. Però: è quel brutto che finisce con l’essere quasi bello, poetico, soave. Capita che quindi il cast comprenda due-tre nomi quantomeno decenti, poi la solita pacchianata buona per un pubblico medio e poco curioso. Però è proprio in questo suo essere smaccatamente pop e così molto italiano che sta la bellezza decadente del Festival. Una specie di tradizione, non diversa da un Natale in famiglia, magari coi parenti serpenti. Tutti lo maledicono, tutti si ritrovano a guardarlo. 

Ieri sera è andata più o meno come al solito. Con Arisa che porta due canzoni perfette per un film a caso della Pixar coverizzate dal Trio Lescano. Media voto tra le due è un 4 secco, coraggiosa più per il look che per la musica. E’ la volta poi di quello che – non si sa a che titolo – viene nominato da Fazio “primo rapper in Italia”: per non saper né leggere né scrivere, Frankie Hi Nrg caccia fuori un primo pezzo di una bruttezza difficilmente replicabile nel quale si fa difficoltà anche a distinguere le parole. Leggero miglioramento col secondo pezzo che sembra uscito fuori da un featuring tra Jovanotti e i Sud Sound System. Voto medio direi 3 e mi tengo largo. Quelli che ben pensano si sono imborghesiti moltissimo.

Antonella Ruggiero era una delle mie grandi speranze della prima serata. A dimostrazione che l’analfabetismo di ritorno è una urgenza reale e non chiacchiere al vento, la Ruggiero mostra ancora una volta di avere una voce strepitosa, ma di fare molta fatica – eufemismo – a far comprendere le parole del testo. Musicalmente meglio di chi l’ha preceduta, tra trame tzigane degne del Ruggieri sanremese recente, voto 5. Una delle perfomance nelle attese più succose della serata è senza dubbio il duetto Gualazzi/Bloody Beetrots. Annunciato come un mix di “jazz e dance”, ne escono fuori due pezzi arty-pacchianata bruttissimi, che non vanno da nessuna parte e non riescono nemmeno a strappare il sorriso. Che, probabilmente, è il demerito più grande. Voto 2, ma sale a 3 solo essere riusciti a pensare qualcosa di così oltre, sicuramente un merito. 

Cristiano De Andrè si presenta con un colorito ton sur ton con la scenografia e presenta due pezzi, abbastanza inutile il primo, mentre la seconda nenia (“Il cielo è vuoto”) è molto sanremese con un climax che, quantomeno, ti fa rimanere “incollato” alla tv. Finora la sorpresa del festival quindi voto 5, anche se non ho mai ben compreso quali meriti abbia avuto per presentarsi per ben due volte tra i vip su quel palco. I Perturbazione rappresentano l’annuale delegazione indie. E, a conti fatti, sono i migliori. Un po’ paraculo, però azzeccatissimo, il primo pezzo (“L’unica), pop-rock con filamenti elettronici tra Silvestri e gli Amari. Trascurabile invece “L’Italia vista al bar”, che infatti viene cassata. Voto 6,5, anzi 7 perché usano il theremin sul palco. Infine Giusi Ferreri che, se ho buon intuito, ha un pezzo potenzialmente vincente: “Ti porto a cena con me”, che passa il turno. Non così male nel complesso, in mezzo alla desolazione generale. Voto 6 solo perché è Sanremo.

A conti fatti le cose migliori sono venute da Cat Stevens e da Raffaella Carrà che ha dato la polvere circa a tutti (mentre eviterò ogni commento su come Ligabue ha distrutto De Andrè senior) D’altronde è l’1.22am di mercoledì 19 febbraio e ho appena sentito dire a Vincenzo Mollica al Tg1 che “le canzoni sono molto buone”. Ok, ha vinto lui.