L’Alfa Giulietta a noleggio, le trattative in incognito per la capitale: Matteo Renzi vuole proteggere la sua immagine di politico Smart. E per questione di stile e, dice, anche di comodità, non vorrebbe la scorta, obbligatoria per il presidente del Consiglio. Quando torna a Firenze, per consegnare la fascia tricolore da sindaco, se ne lamenta con i suoi collaboratori.

LA GIORNATA – Nel giorno dell’incarico Matteo Renzi appare nel centro di Roma all’ora di colazione. Convoca Filippo Sensi, il capo ufficio stampa di partito: “Andiamo”. E Sensi s’improvvisa navigatore umano: destra, sinistra, svolta, sterza. Cavolo, e frena. L’Alfa Giulietta bianca, appena noleggiata, scala il Quirinale con tredici (non scaramantici) minuti di anticipo. Il segretario democratico fa ciao con la mano.Un’ora e mezza di colloquio con Giorgio Napolitano e poi, stentoreo, un po’ emozionato, il presidente incaricato diventa un frullatore: corre da Laura Boldrini a Montecitorio, da Piero Grasso a Palazzo Madama. E sempre con il fidato Sensi sguscia per le stradine inseguito dai fotografi. Con metodi non convenzionali – l’acqua dei tergicristalli – cerca la fuga. Cavolo, è rosso. Con una mano tiene il volante e con una mano scorre il telefono: la prima chiamata è per la moglie, Agnese. La signora Landini in Renzi spedisce auguri a distanza: “Il figlio più grande – dice a L’Aria che tira su La7 – quasi lo prende un po’ in giro, ci scherza su, gli altri devono ancora capire di cosa si tratta”. Agnese non seguirà il marito a Roma: “Non per il momento”. Proprio nel giorno in cui Renzi, che domenica notte ha cambiato albergo per non farsi beccare dai giornalisti (e pare abbia incontrato Montezemolo), ha indicato Palazzo Chigi come sua residenza romana.

Sensi abbandona il Capo, rinuncia: niente traversata verso Firenze per l’ultimo Consiglio comunale e, soprattutto, per nominare vicesindaco Dario Nardella, l’erede designato. Stazione Termini, accorrono Ernesto Carbone (che va a Bologna), Graziano Delrio, Lorenzo Guerini. Renzi saluta gli operai con la pettorina arancione, mal sopporta la pressione mediatica e la passerella, però sa sguazzare. Carrozza (riservata) d’alta classe , destinazione Firenze, briciole di schiacciatine e un bicchiere umido, il presidente incaricato è sindaco ancora per un’oretta. Delrio compila l’elenco per dare un senso e una forma al giro di consultazioni, allora, soltanto allora, Renzi capisce che le bistecche in osteria e le corsette in bicicletta sono sospese: “Lascio una città meravigliosa. Vedi, lì c’ho fatto un parco, lì c’era un vecchio manicomio, lì ci sono le case popolari. Speriamo vada bene, è dura, caro Graziano”. E fa un tweet: “Con tutta l’energia e il coraggio che abbiamo. #lavoltabuona”.

A Palazzo Vecchio, stanco, Renzi va in riunione con la colonna fiorentina Maria Elena Boschi, Francesco Bonifazi e Luca Lotti. Deve fare un elenco di opere compiute in (quasi) cinque anni: “Non mi ricordo un cazzo, mi aiutate?”. E racconta l’incontro con Napolitano e il fastidio per la scorta: “Non la voglio, come devo fare? I carabinieri di Delrio mi controllavano”. Quando sta per entrare nel salone, un assessore disquisisce sull’opportunità di costruire una rotonda per agevolare il traffico per Scandicci. Renzi è preparato: “Dobbiamo inaugurare un asilo nido, il Maggio fiorentino e poi, mi raccomando, la notte bianca!”. Quando elogia la politica (“non è sporca”), la lingua s’impasta, la voce s’inganna e sì: ecco il Renzi commosso. Che per fregare i cronisti, torna a Roma in auto e non più in treno.

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