La Chiesa cattolica “riconosce e afferma il diritto di culto per ogni confessione religiosa, e il diritto a un luogo nel quale pregare”. L’ultimo appello per restituire una moschea alla comunità islamica di Sassuolo, che da dicembre si riunisce a pregare in strada dopo la chiusura del secondo dei due templi cittadini da parte dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco Luca Caselli, eletto in quota Pdl, arriva dai vertici della Chiesa cattolica emiliano romagnola: dal vescovo di Reggio Emilia monsignor Massimo Camisasca e dal vescovo di Modena, monsignor Antonio Lanfranchi. Concordi, in una lettera pubblicata sulla rivista religiosa “La Libertà”, nell’appellarsi alle istituzioni sassolesi affinché “la situazione determinatasi in città possa presto trovare una soluzione adeguata”.

Affinché ai fedeli musulmani del Comune situato in provincia di Modena, insomma, venga concesso uno spazio dove riunirsi, uno spazio che non sia il marciapiede di via Cavour sul quale, da tre mesi, ormai, i membri della comunità islamica di Sassuolo adagiano i loro tappeti per ascoltare l’imam guidare la preghiera. “La Chiesa – scrive Camisasca – riconosce il diritto, per ogni confessione religiosa, a un luogo nel quale pregare: sarebbe inutile, infatti, una proclamazione di principio della libertà religiosa che non prevedesse poi anche la possibilità, per i credenti, di avvalersi di spazi necessari all’esercizio della propria fede”. Spazi che un tempo esistevano, a Sassuolo: in via Regina Pacis e in via Cavour, come ricordano sacerdoti, cittadini e associazioni multiculturali sassuolesi schierati al fianco dei musulmani nel chiedere la riapertura di una moschea. Almeno finchè nel 2009 il centrodestra non vinse le elezioni e Caselli conquistò la poltrona che precedentemente era stata occupata dal sindaco del Partito Democratico Graziano Pattuzzi, approvando subito un ordine del giorno che impegnava la Giunta a rifiutare la costruzione di qualsiasi centro islamico nel territorio del Comune. In pochi mesi la tensostruttura di via Regina Pacis, allestita proprio grazie a un accordo con Pattuzzi, venne quindi smantellata, e stessa sorte toccò alla sala di preghiera di via Cavour, definita da un’ordinanza della nuova maggioranza inagibile e in più soggetta ad abuso edilizio.

La comunità islamica, allora, impugnò il provvedimento ricorrendo al Tar, ma il tribunale amministrativo regionale diede ragione al Comune di Sassuolo. La moschea di via Cavour rimase chiusa fino al 2010, quando il Consiglio di Stato sospese l’ordinanza comunale in attesa di un parere definitivo, e le chiavi della sala di preghiera vennero restituite ai musulmani. Temporaneamente, però. I “lavori di ripristino dei luoghi”, come richiesto nell’ordinanza di sgombero firmata dall’amministrazione cittadina, spiega Qasim Zahi, presidente dell’Associazione Comunità Islamica di Sassuolo, vennero fatti, tuttavia nel novembre scorso lo stesso Consiglio di Stato si espresse definitivamente sull’intera vicenda, rigettando, di fatto, l’appello dall’associazione musulmana. E decretando, quindi, a dicembre una nuova chiusura del tempio. La situazione, per i musulmani di Sassuolo, ad oggi non è cambiata, sebbene dal centrosinistra cittadino ai sacerdoti cattolici, dalle associazioni, ai sindacati, ai cittadini, siano in molti a chiedere un passo in dietro al sindaco Caselli, in virtù dell’articolo 19 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

E ora, al coro di voci si aggiungono anche i vescovi, in prima linea nel ricordare le parole che Papa Francesco pronunciò nel Messaggio ai musulmani nel mondo intero per la fine del Ramadan, il 10 luglio 2013: “Rispetto nei rapporti interreligiosi, specialmente tra cristiani e musulmani”. “So che spesso, anche nelle nostre comunità cristiane, si è tentati di richiamare un principio di reciprocità, che fa leva sul fatto che molte volte i cristiani, nei paesi musulmani, vedono calpestata la loro libertà di professare pubblicamente, e in luoghi idonei, la propria fede – scrive Camisasca – Non nascondo la gravità della questione: e tuttavia mi preme sottolineare la ‘regola d’oro’ che deve guidare prima di ogni altra cosa il punto di vista di un discepolo di Gesù Cristo: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Desideriamo per tutti i credenti ciò che chiediamo per noi: la libertà concreta di professare anche pubblicamente, la fede che ciascuno fa sua”. “La dichiarazione dei vescovi di Modena e Reggio Emilia – sottolinea Yassine Lafram, membro dell’Associazione Giovani Musulmani d’Italia – è un segnale positivo che giunge in un momento molto opportuno perché sul tema in Italia servirebbe una riflessione.

Nell’80% dei casi, in Emilia Romagna così come nel resto del paese, le moschee non sono che piccoli spazi angusti ricavati in scantinati, garage, ex appartamenti fatiscenti: spazi dove è difficile pregare, e per noi pregare è obbligatorio, è una necessità imprescindibile. Noi musulmani non chiediamo di costruire grandi moschee, ma sale adeguate a riunirci. Vorremmo solo poter professare la nostra fede in maniera dignitosa e non in mezzo alla strada, al freddo, sotto alla pioggia, come accade a Sassuolo. Siamo i primi a dire che la sicurezza viene prima di ogni altra cosa, ma spesso quando chiediamo di poter affittare uno spazio per la preghiera veniamo relegati fuori dalle città, emarginati: non siamo criminali, siamo padri e madri di famiglia che dopo il lavoro si riuniscono per professare la propria fede. Speriamo che la situazione, almeno a Sassuolo, possa cambiare presto”.