“Berlusconi è irriconoscibile, si è circondato di troppi inutili idioti”.

E’ questa una delle espressioni più educate che Angelino Alfano, Vice Premier uscente e ministro dell’Interno – uscente e, forse, anche entrante – ha rivolto a Silvio Berlusconi, ovvero all’uomo che gli ha politicamente dato i natali.

La frase, naturalmente, è sbattuta in prima pagina da tutti i giornali e campeggia in ogni telegiornale assieme alla risposta del Cavaliere che non si è fatta attendere: “Angelino è un pugile suonato”.

E a proposito di pugili suonati, sono ancora vive nel ricordo di milioni di italiani – e, purtroppo, di una buona fetta di non italiani all’estero – le immagini del nostro Parlamento, trasformato in una sorta di ring nel quale, nelle scorse settimane sono volati calci, pugni e persino morsi, scatenati da frasi irripetibili [n.d.r. anche se qualcuno ha avvertito l’esigenza di ripeterle persino in Tv] all’indirizzo di deputate della Repubblica.

Ha davvero dell’incredibile che in questo contesto di palese crisi di valori ed educazione e di costante ricorso all’odio ed alla violenza, talvolta non solo verbale da parte di chi rappresenta i vertici delle Istituzioni, nei “luoghi sacri” della democrazia e sui media tradizionali, proprio i rappresentanti delle Istituzioni, continuino ad avvertire l’irrefrenabile esigenza di puntare il dito contro il web e gli insulti che vi circolano che – val la pena dirlo per inciso – rappresentano una percentuale insignificante della montagna di contenuti pubblicati online.

L’ultimo in ordine di tempo – ma c’è da scommetterci che conserverà il primato per una manciata di ore – è stato il Presidente dell’Autorità Garante per le Comunicazioni, Angelo Marcello Cardani il quale in un’intervista su La Stampa di ieri, nel rispondere alla domanda di chi gli chiedeva quale altro ambito – “dopo aver messo ordine nel copyright digitale” – a suo avviso necessitasse di nuove regole, ha risposto, senza esitazioni che, ora tocca a “Internet per esempio”, perché “pur concepito secondo principi di libertà…dovrà avere delle regole che non ne facciano una zona franca”.

Il Presidente dell’Authority ha, poi chiosato: “L’insulto libero deve finire”.

Sono dichiarazioni che preoccupano e lasciano senza parole.

Preoccupano perché potrebbero preludere ad un’intenzione dell’Authority, che si è già sostituita al Parlamento nel dettare le nuove regole sul diritto d’autore online senza averne i necessari poteri, di spingersi a regolamentare anche il fenomeno dell’online hate speech.

Si tratterebbe di un fatto gravissimo e senza precedenti in nessun ordinamento né europeo né internazionale.

Se servono davvero nuove regole in questa materia, non si può dubitare che a dettarle non possa che essere il Parlamento.

Ma il punto è esattamente questo ed è la ragione per la quale le dichiarazioni di Cardani, oltre a preoccupare, lasciano senza parole.

Possibile che anche chi ha il timone dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni non abbia chiaro che non esiste nessun deficit regolamentare in materia di insulti online e che il web non è affatto – in relazione ai c.d. reati di opinione – una “zona franca”?

Passi che, a giorni alterni, parlamentari dei diversi schieramenti, annuncino l’intenzione di presentare nuovi disegni di legge per frenare gli insulti sul web per finalità, più o meno dichiaratamente auto-promozionali ma che affermazioni di questo genere provengano dai vertici di un’Autorità indipendente di vigilanza e regolamentazione è davvero grave.

Nonostante i regolamenti parlamentari, naturalmente, lo vietino [ndr e, forse, neppure servirebbe], l’emiciclo di Montecitorio è, ormai quasi quotidianamente, trasformato in un ring per incontri di boxe clandestini dove sono ammessi anche colpi – verbali e non – sotto la cintura.

Le leggi, allo stesso modo, vietano e puniscono ingiurie, diffamazioni e reati di opinione di ogni genere eppure la violenza e l’offesa verbale abbonda sulle bocche persino dei vertici delle Istituzioni e rimbalza, quotidianamente, attraverso tutti i media, internet incluso.

La circostanza che le regole appaiano insufficienti a frenare le più animali ed iraconde pulsioni umane vale a fare di Montecitorio, dei Palazzi delle Istituzioni e dei media tradizionali “zone franche” in relazione alle quali ipotizzare nuovi ed urgenti interventi regolamentari?

Se la risposta a questa domanda – come si è creduto sin qui – è negativa, non c’è ragione per sostenere il contrario a proposito del web e per lasciarsi andare ad inutili e controproducenti “dichiarazioni di guerra regolamentare” per mettere fine, agli “insulti liberi” online.

Le regole che dovrebbero arginare certe inaccettabili – online come offline – derive verbali esistono e sono le stesse tanto che odio e violenza circolino nel mondo degli atomi, tanto che circolino in quello dei bit.

Il problema è un altro ed è, sfortunatamente, comune al web, al Parlamento, ai media tradizionali ed alle nostre città: si tratta di educazione e cultura che latitano o, almeno, che sistematicamente vengono dimenticate in ossequio ad una regola non scritta – ma che ci è stata inculcata proprio dai dibattiti televisivi e politici – secondo la quale ha la meglio chi urla ed offende di più.

Il web non è una “zona franca” ma, semplicemente uno strumento che si ritrova a fare da cassa di risonanza ad una lunga serie di fallimenti del sistema educativo – in primis familiare e scolastico – ed a dare spazio ad un’anti-cultura dei costumi e dei linguaggi che, sfortunatamente, televisione e Istituzioni hanno lasciato si diffondesse nel Paese.