Il digital champion saluta e se ne va. Parliamo proprio dell’uomo che qualche giorno fa, dalle colonne del Messaggero , scolpiva che “l’attuazione dell’Agenda digitale è la vera riforma dello Stato”, che in un anno e mezzo tra “fatturazione elettronica” estesa a regioni e comuni, “pagamenti elettronici e fascicolo sanitario elettronico” si avranno “8-10 miliardi di minori costi della macchina pubblica”. Per chi non segue la materia ci si riferisce a Francesco Caio, nominato da Enrico Letta commissario per l’attuazione dell’Agenda Digitale solo qualche mese fa, a giugno del 2013, e fresco di rapporto al Parlamento sulla materia: il manager – che è pure amministratore delegato di Avio, già vicepresidente di Lehman Brothers e Nomura in Italia – avrebbe dovuto indirizzare tanto il settore pubblico che quello privato a investire nella rete e invece ha già fatto sapere informalmente che a breve taglierà la corda. Caio, che come ogni digital champion che si rispetti non possiede nemmeno un account Twitter, punta forte ad un posto di rilievo in Telecom, ma – dicono a Palazzo Chigi – anche il giro di poltrone che s’avvia in queste settimane non lo lascia indifferente.

La guerra persa con Ragosa, voluto da Passera
Il destino di Francesco Caio si vedrà. Aver perso la guerra sotterranea col direttore generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale, Agostino Ragosa, non è un incentivo a rimanere al suo posto. Ragosa, peraltro, è un altro caso di “campione digitale” solo sulla carta: ingegnere delle Tlc, classe 1950, tutta una carriera da manager nel parastato (Italcable prima, Telecom poi) è stato Chief Operating Officer di Poste Italiane dal 2004 al novembre 2012, quando l’allora ministro Corrado Passera (già a capo di Poste a sua volta) l’ha scelto per guidare la neonata Agenzia Digitale. Sicuramente è uomo di valore, ma non si può non ricordare che sotto la sua guida il sistema informatico di Poste Italiane ha registrato alcuni clamorosi fallimenti: nel 2009 il defacing della pagina web principale; nel giugno 2011 il tilt di 14mila sportelli a causa di un blocco del server centrale, replicato a ottobre, marzo e aprile 2012. Sarà stata sfortuna o forse, come dicono alcuni esperti, il passaggio dell’azienda alla tecnologia “cloud”. Fosse questo il caso sarebbe un grosso peccato visto che Consip – che dovrebbe avvalersi del supporto tecnico proprio dell’Agenzia guidata da Agostino Ragosa – ha recentemente pubblicato un bando di gara proprio per portare la tecnologia cloud nella Pubblica amministrazione. Non stiamo parlando di noccioline, visto che l’ammontare dei quattro lotti sfiora i due miliardi di euro (1.950 milioni per la precisione).

Quale sia stato l’apporto dell’Agenzia alla definizione dei contenuti della gara non si sa: nonostante sia stata creata un anno e mezzo fa, infatti, è divenuta pienamente operativa solo questa settimana, quando la Corte dei Conti ha approvato lo Statuto (lo aveva invece bocciato nel 2013). La gestione del personale dell’Agenzia – nelle sue varie trasformazioni – è particolarmente infelice e il futuro non si preannuncia diverso. Il progetto parte nel lontano 1993 con l’Aipa (Autorità per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione), poi nel 2004 si passa al Cnipa (Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica amministrazione), nel 2009 al “feudo brunettiano” chiamato DigitPA e infine nel 2012 all’attuale Agenzia, che ha accorpato in sé anche altri enti dedicati alla digitalizzazione.

Ora il dg può assumere i “suoi” dirigenti
La pianta organica doveva essere approvata nel 1994 e invece sono vent’anni che si va avanti coi distacchi e i contratti a termine finché è stato possibile. Risultato: nessuna avanzamento di carriera in due decenni e personale demotivato. Uno strano manifesto dell’innovazione. Non stupisce allora che i risultati di questo ventennio siano scarsini: banche dati che non si parlano; smaterializzazione ancora di là da venire; servizi elettronici ai cittadini rari e scollegati; enti locali che spendono a casaccio nel mercato IT. Anche le grandi iniziative lanciate da Aipa come la Rete unitaria della pubblica amministrazione o il Protocollo informatico o la firma elettronica hanno avuto avvii promettenti e basta. Per gli esperti persino la Pec (posta elettronica certificata) sta morendo: d’altronde nemmeno tutti gli enti pubblici ne hanno una. Ora che c’è lo Statuto la situazione potrebbe sbloccarsi, Ragosa può utilizzare i 15 milioni che sono la dotazione dell’Agenzia, tra le altre cose, per completare l’organico (130 unità in tutto). In sostanza potrà assumere 5-7 dirigenti con contratti di 24 mesi e un paio di nomi sono già certi. Si tratta di due ex dipendenti di Poste: Attilio Nertempi, in attesa di pensione, e Gianluca Polifrone, dipendente Consip a suo tempo capo segreteria dell’ex senatore di Forza Italia, Mario Greco. I due, da mesi, lavorano nell’Agenzia digitale accanto al direttore generale: secondo un esposto anonimo diffuso l’estate scorsa, Nertempi e Polifrone hanno ufficio, notebook e indirizzo di posta elettronica dell’Agenzia, usano le auto di servizio, si relazionano coi fornitori, gli operatori Tlc e gli interlocutori istituzionali dell’AgID. Ragosa non ha smentito: sostiene, però, che i due collaborano a titolo gratuito, come d’altronde lui in assenza di statuto. Ora, però, le norme ci sono, i soldi pure e i due possono legittimamente aspirare a uno stipendio che supererà i centomila euro l’anno. Ovviamente il problema non è l’esborso per cinque stipendi, ma il seguente: è così che si seleziona la dirigenza che dovrebbe fare “la riforma dello Stato”.

Da Il Fatto Quotidiano del 12 febbraio 2014