“No, per carità, ma quale laurea? Mi hanno cacciato da scuola in terza media”. Così un antropologo cerca di farsi assumere da un carrozziere, provando a convincerlo che lui in realtà la laurea non l’ha mai presa, anzi non ha mai studiato. “Non è vero, tu sei laureato e sei il terzo questa settimana, io però non assumo laureati, non siete affidabili”, lo liquida il carrozziere. La laurea come un macigno, come un peso, come un qualcosa da nascondere negli anni tremendissimi della crisi. La scena è tratta dal film Smetto quando voglio del regista Sydney Sibilia.

L’opera è nelle sale cinematografiche in questi giorni e racconta la storia criminale di un gruppo di giovanissimi ricercatori universitari e laureati a pieni voti. Una storia comune a tante altre storie italiane, con titoli di studio raggiunti con sudore e fatica e nascosti, minimizzati, non accettati pur di poter agguantare  un lavoretto da quattro soldi (rigorosamente stagionale e magari in nero). Così emergono i profili di laureati che hanno deciso per necessità di fare altro, lontano dalle proprie ambizioni: nella pellicola si raccontano due latinisti che lavorano come benzinai, un neurobiologo che fa il lavapiatti in un ristorante cinese, un economista che passa il tempo a giocare a poker (con i soldi della compagna). Pietro Zinni ne è il protagonista: ha 37 anni, fa il ricercatore, ma con i tagli all’università viene licenziato. Decide di mettere su una banda criminale e assolda i suoi migliori ex colleghi diventati appunto benzinai, lavapiatti, giocatori di poker. E così si ritrovano a studiare una nuova droga da distribuire nella movida romana, e fanno riflettere gli assi cartesiani disegnati per approntare il business model nella lavagnetta del ristorante cinese dove uno dei laureati protagonisti fa il lavapiatti.

Il lungometraggio sta spopolando e nella scorsa settimana, la prima di uscita, si è collocato al quarto posto nella classifica degli incassi con oltre 200.000 spettatori. Un film paradosso di un’Italia surreale, che ci consegna frotte di laureati che, spiaggiati, non riescono a sopravvivere e affogano nel mare di una crisi di lavoro. “Ho letto di laureati in filosofia con 110 e lode che facevano i netturbini felicemente rassegnati e nell’alba romana dissertavano sulla Critica della ragion pura. Era interessante l’idea che solo in una società come la nostra i più intelligenti finiscono ai margini”, così ha dichiarato il regista in un’intervista.

Il dibattito è molto attuale anche Oltreoceano. “In confronto per uno studente medio diventare un idraulico potrebbe essere una soluzione migliore che frequentare Harvard, perché uno studente spende in quattro anni 40/50mila dollari in tasse senza guadagnare un soldo”, ha dichiarato l’imprenditore ed ex sindaco di New York Michael Bloomberg (che però dona un milione e mezzo di euro all’anno alla sua vecchia università Jhon Hopkins). E in Italia pochi mesi fa ha rincarato la dose anche il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, sostenendo che “In Italia rispetto all’Europa studiare conviene meno: tra i laureati tra i 25 e i 39 anni la probabilità di essere occupati è pari a quella dei diplomati”.

Ma occorre sfatare alcuni luoghi comuni. Ci ha provato più volte in rete Giovanna Cosenza, docente all’Università di Bologna e blogger anche per il Fatto. Ecco come è intervenuta sul tema pochi mesi fa sul suo blog: “L’Istat rileva che fino ad oggi nell’intero arco della vita lavorativa, i laureati hanno presentato un tasso di occupazione di oltre 12 punti percentuali maggiore rispetto ai diplomati (76,6 contro 64,2%)”.

Questi i numeri, che parlano da soli. Però c’è anche il percepito, l’opinione corrente che incide eccome, magari anche solo nella scelta della famiglia di non mandare il figlio all’università. Per oltre la metà degli italiani l’istruzione conta fino a un certo punto. La formazione scolastica e universitaria è utile, ma non fondamentale per l’inserimento nel mondo del lavoro. Così in una recente ricerca l’istituto Nielsen Holdings ha intervistato oltre 29mila individui di 58 Paesi del mondoEmerge che un italiano su due è convinto che studiare non inciderà sui guadagni futuri: secondo i dati in Italia il 46% è convinto che la formazione scolastica aiuti nella ricerca del posto di lavoro, ma il dato scende drammaticamente al 16% quando viene chiesto se si ritiene che incida nel trovare un impiego.

Dai numeri alle storie, quelle vere. Un blog racconta le storie dei laureati artigiani, scelte di vita drastiche, coraggiose, nelle quali in qualche modo il titolo di studio viene valorizzato in maniera differente. Nelle storie raccontate da Elisa Di Battista c’è un’Italia che non rigetta il titolo di studio, ma lo declina in modo pratico. Dal sapere al fare è una tendenza in aumento tra i giovani italiani, vuoi per passione, vuoi per necessità. Un percorso che porta i laureati a scegliere mestieri artigiani per far fronte alla crisi, per darsi un’opportunità, per seguire un sogno”, afferma Di Battista, che raccoglie le storie di giovani che stanno intraprendendo un percorso dall’università alla bottega tra difficoltà e aspettative. Precisa Di Battista: “Da tempo considerato di serie B, oggi l’artigianato torna a essere un’occasione concreta sfruttando il valore aggiunto che offre una laurea. Il lavoro, quando manca, va inventato. E le mani sono un buon punto di partenza”.