Il Presidente della Confindustria Squinzi lancia la “Marcia digitale dei 40mila e per un attimo mi illudo. Ma, purtroppo, nel sito del manifesto confindustriale la parola “digitale” è assente. Lecito sospettare che per la Confindustria il “digitale” sia ancora strumento utile per siti vetrina, secondo una logica antiquata, più che una fondamentale tecnologia abilitante per la ripresa economica.

L’analisi confindustriale. Il “manifesto” enumera una lunga lista di difficoltà e lagnanze, per lo più arcinote: perso il 25% della produzione industriale, redditi scesi dell’11%, disoccupazione al 13% (quella giovanile addirittura al 41%), interi settori produttivi a rischio desertificazione. Tutto giusto, e allora che cosa si fa?

Il rosario delle richieste. Ecco dunque la solita lista di richieste alla politica, su cui naturalmente si può – anzi si deve – concordare, ma ad impatto talvolta solo congiunturale: fondamentali il rimborso dei debiti della Pa, le facilitazioni per l’accesso al credito e quant’altro viene puntigliosamente enumerato. Ma basta tutto questo? Temo di no: non stupiamoci se sarà inadeguato a raggiungere l’obiettivo lanciato con il grido di disperazione: “l’Italia deve ritornare a crescere oltre il 2% all’anno: una crescita da ‘zero virgola’ non serve a nulla”! Ma la ricetta di Squinzi è insufficiente. Che cosa manca?

Una buona lettura. Un professore di economia di Berkeley, l’italiano Enrico Moretti studiando l’evoluzione del modello americano (con brevi ma significativi accenni all’Italia) spiega che cosa un Paese avanzato dovrebbe fare per liberarsi dalla crisi e ripartire. Dal 1945 al 1978 gli Usa vivono una fase di forte crescita del sistema manifatturiero che si blocca con la crisi petrolifera per non riprendersi mai più. I posti di lavoro nel manifatturiero crollano del 40% fra il 1985 e il 2010: nulla lascia pensare che il trend si possa fermare. Città come Detroit, una volta stelle della produzione automobilistica, sono divenute spettrali: case abbandonate e valore dell’immobiliare azzerato. Invece, altre città, come San Francisco, vivono una continua e solida crescita con redditi sempre più alti e qualità della vita migliore: sono le città dello sviluppo digitale. Si nota una forte divaricazione fra distretti urbani. Le città appartenenti ad una prima fascia, sono in rapida crescita economico-sociale: in esse ad ogni posto di lavoro nell’innovazione, dal software alle tecnologie, si affiancano cinque altri impieghi tradizionali, dal parrucchiere, al panettiere, al taxista: il digitale porta benessere a tutta la popolazione, non solo a chi se ne occupa. All’estremo opposto, una terza fascia di città, che non hanno innovato i propri modelli industriali sono in continuo declino. Nel mezzo la grande massa delle comunità che presto potrebbero virare in un senso o nell’altro.

Quello che avviene a livello urbano negli Usa (e in Europa), se osservato su scala più macroscopica, si ritrova fra sistemi regionali, nazionali e continentali. Sebbene sia controintuitivo, il processo di trasferimento di lavori meno qualificati verso altre zone del mondo avvantaggia potenzialmente tutti, attraverso la riduzione dei costi per i consumatori, purché i paesi più sviluppati sappiano trasformare la società post-industriale nella società della conoscenza. In questo scenario l’Italia rischia di diventare, a livello globale, come quelle città di terza fascia degli Usa, con una manifattura ancorata a modelli tradizionali sempre più in declino. Se a qualcuno non bastasse il ragionamento dello studioso di economia del lavoro, c’è anche un punto di vista più generale: vediamolo.

Un fenomeno generale. La teoria delle reti ci fa comprendere anche meglio la dinamica di ciò che sta avvenendo nel mondo. E questa dinamica delle reti trova radice in fattori così profondi da ritrovarsi validi, sorprendentemente, in discipline tanto differenti come le reti informatiche, la biologia, la sociologia e, appunto, l’economia. I modelli matematici capaci di spiegare questi fenomeni a rete, straordinariamente potenti, rispondono ad una fondamentale legge di popolarità (la legge di potenza), che a sua volta fa emergere un comportamento noto come “il ricco diventa sempre più ricco”. In queste reti, dette ad invarianza di scala, i nodi si suddividono in gruppi con proprietà molto differenti: i più grandi, quelli più attrattivi, con il tempo diventano sempre più grandi (sono gli “hub”, proprio come nel sistema aeroportuale mondiale). I nodi piccoli, viceversa, tendono a divenire sempre più marginali e irrilevanti. È ben noto che questa dinamica vale anche per i sistemi urbani e per le strutture sociali.

Che fare? Come entrare nel primo gruppo dei nodi globali virtuosi e in crescita?L’economia post-industriale, basata sul sapere e sull’innovazione – scrive sempre Moretti – ha una tendenza intrinseca molto forte verso l’agglomerazione geografica. Città e regioni in grado di attirare lavoratori qualificati e imprese innovative, tendono ad attirarne sempre più; le comunità che non riescono ad attrarre lavoratori qualificati e imprese innovative, invece, perdono sempre più terreno. In questa realtà, il successo propizia ulteriore successo, mentre l’insuccesso condanna ad altri insuccessi.

Senza passare rapidamente alla società della conoscenza basata sull’Ict, sui saperi avanzati, sull’innovazione, su una rinnovata integrazione fra la parte più sana del sistema industriale e quella parte del sistema universitario con la giusta vocazione e le necessarie competenze temo, purtroppo, che il Paese non si potrà davvero riprendere stabilmente e a ben poco varranno i “manifesti” della Confindustria. Cambiare il modello di sviluppo del sistema industriale del Paese, spesso antiquato e gracile: è questo che vorremmo sentirci dire dal Presidente Squinzi.