“Che i dissidenti facciano quello che vogliono”. Casaleggio è stato chiaro. Lo ha detto a frasi smozzicate ai cronisti nella sua visita a Roma: “Se hanno opinioni diverse, facciano le loro scelte”. Insomma, se vogliono sostenere Matteo Renzi, che se ne vadano il prima possibile. Ma di chi parla? Il fantasma dell’addio in casa 5 Stelle circola da alcuni mesi. I numeri sono sempre quelli, dieci senatori e venti deputati. Oscillano a seconda dei programmi e delle intenzioni. E delle offerte. Ma di sicuro, vederli entrare in un altro partito è davvero difficile. “Sono gli altri che chiedono di venire nel nostro gruppo”, rilancia il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, “si aprono con noi perché non ne possono più di quello che sta succedendo nel Partito democratico“. E c’è chi racconta di senatori corsi a sfogarsi con i parlamentari grillini (Vito Crimi in primis, ma anche Maurizio Buccarella): “Abbiamo fatto un gran casino”, avrebbero detto gli esponenti Pd. Scene inverosimili, ma che nel caos da ennesima crisi di governo diventano quasi convincenti.

I malumori interni ai 5 Stelle però rimangono. L’ultima discussione è stata al momento del voto in assemblea congiunta per decidere se partecipare con una delegazione alle consultazioni da Napolitano. Le opzioni erano tra l’andare e “cantargliene quattro” e il disertare. Gli interventi, dicono alcune fonti interne, erano più o meno equilibrati tra le due posizioni. Poi c’è stata la lettura del post di Grillo ad alta voce e i voti sono andati quasi tutti per il no: “Non ha senso andare, tanto è già tutto deciso”, commentano. Ma i parlamentari più critici, erano quasi tutti assenti da Campanella a Bignami, fino a Battista. C’era solo il deputato Ivan Catalano, che non ha ribattuto. 

Discussioni interne che potrebbero servire al (quasi) nuovo Presidente del Consiglio. Renzi si appresta al giuramento e già rischia di trovarsi con il pallottoliere in mano, alla ricerca di voti a Palazzo Madama. E se andasse a pescare proprio tra le fila grilline? Ormai è il leit motiv smentito ogni volta. Ma i primi a sperare che i dissidenti si brucino con un accordo con il sindaco di Firenze sono i fedelissimi del gruppo: non è tempo di espulsioni, ma se facessero il grande passo autonomamente sarebbe tutto più facile. Il fronte dei critici dal canto suo non trova l’accordo. Spezzati all’interno tra chi vuole andarsene, chi pensa alle strategie e chi invece attacca gli altri di non essere abbastanza credibili. Senza dimenticare chi ha il terrore di “vedere la propria faccia sul blog di Grillo, bollato come uno Scilipoti“. I più esposti sono Lorenzo Battista, Monica Casaletto, Laura Bignami, Francesco Campanella e Luis Alberto Orellana. Ogni volta che c’è da fare il grande passo si trovano soli. Sono tra quelli che spendono di più (tranne forse Orellana e Bignami) e che non si presentano alle assemblee. Molti di loro non c’erano oggi per discutere delle consultazioni da Napolitano, e hanno disertato pure gli ultimi incontri con Grillo e Casaleggio. “Ma se non vengono significa che non sono interessati a dire i loro problemi”, dicono i più amareggiati. Un comportamento che non piace a chi sogna di lasciare il gruppo 5 Stelle in polemica con i metodi e i modi dei colleghi.

A ricompattare il gruppo è servito Matteo Renzi. Non piace ai talebani, ma nemmeno a chi di solito ha posizioni critiche. Anche se la paura dei corteggiamenti dell’opposizione è sempre alla porta. Nel venerdì di passione del governo, ad esempio, c’è stato anche chi per un attimo ha parlato di una strategia democratica già messa in atto. La voce è circolata velocissima: “C’è Giovanni Favia a Roma”. Un cartellino sullo zaino nel guardaroba del Parlamento. E l’allarme tra i 5 Stelle ha fatto il giro di tutti i cellulari, tra chat e email. Che il pontiere di Renzi per far avvicinare i grillini al Partito democratico sia il dissidente storico di Bologna? Che gli ex colleghi Pd di consiglio a Bologna, Matteo Richetti e Stefano Bonaccini, abbiano messo una pulce nell’orecchio del quasi premier per fare la mossa? Niente di tutto questo. O almeno non per ora. Gli animi si calmano dopo pochi minuti: Favia non è a Roma, e quello zainetto probabilmente è di David Favia, ex Idv in Parlamento. Il pesce d’aprile ha fatto sorridere molti, ma non è bastato a smorzare le tensioni. Il clima resta di quelli difficili: il governo che cade, i 5 stelle tirati per la giacca. E ancora una volta la voglia di essere l’ago della bilancia, senza però alcun rischio di diventarlo.