L’anonimato garantito dal “deep web” non è bastato a nascondere gli scambi di foto e video autoprodotti che ritraevano anche abusi su bambini. Così una rete di pedofili, tutti italiani e residenti nel Centro e Nord Italia tra i 24 e i 63 anni, è stata scoperta. Quindici persone sono state identificate, e dieci sono state arrestate dalla Polizia Postale. Mentre tre bambini, vittime di abusi sessuali e ritratti nelle immagini sottratte agli indagati, sono stati messi al sicuro. Gli indagati dovranno rispondere a vario titolo di reati che vanno della divulgazione di materiale pedopornografico all’abuso, con pene previste tra i 5 e i 9 anni.

L’operazione, coordinata dalla procura di Roma che ha istituito un pool di tre magistrati specializzati, è la prima sul cosiddetto “web oscuro”, uno spazio in cui gli utenti navigano nell’ombra e con grande libertà d’azione. I pedofili sono stati traditi da un videogioco, “The Sleeping dogs” (da cui il nome all’operazione) che è stato l’aggancio tramite il quale un agente sotto copertura è riuscito ad aprirsi un canale di comunicazione. La polizia ha così scoperto che i pedofili utilizzavano un sistema basato su Tor, il software legale che ha come simbolo una cipolla (la sigla significa, infatti, è The Onion Routing), che consente comunicazioni non intercettabili (era un sistema utilizzato per rendere sicuro lo scambio di informazioni della Marina americana).

La pedofilia, ha detto in una conferenza stampa il procuratore aggiunto di Roma, Maria Monteleone, che ha coordinato le indagini con il sostituto Eugenio Albamonte, “non dà segno di essere in remissione. Anzi i dati della procura danno atto di un significativo aumento di questa tipologia criminale”, è stato quindi “potenziato il contributo della magistratura alle attività della Polizia” con un pool di tre pm e di psicologi. Se prima erano basate sullo scambio a pagamento di immagini in “chiaro”, è ormai chiaro che le community di pedofili operano per lo più “sottotraccia” su reti nascoste.

“Il deep web – ha spiegato il direttore della Polizia Postale, Antonio Apruzzese – rende molto più complicato raccogliere le prove di reato, e il contrasto a questo tipo di fenomeno richiede la collaborazione dei centri di ricerca e concrete forme di cooperazione internazionale”, come quella con l’Fbi, che con i suoi ufficiali di collegamento in Italia ha dato supporto tecnico a questa operazione.