È il 2011 quando in un piccolo teatro di Parigi fa il suo debutto ufficiale Stella Burns, un cowboy con un nome da donna, proveniente dallo spazio che è la sintesi di quel che, secondo Gianluca Maria Sorace, è il rock ‘n’ roll: un gioco serio, fatto con il cuore, in cui la rappresentazione è data dalla musica e da tutto quello che vi è intorno. Stella Burns è il nome d’arte di Gianluca Sorace, già frontman della band Hollowblue, che con strumenti d’antan come il banjo, il mandolino, l’autoharp, il cigar box guitar, le tastiere vintage e gli effetti anni 50/60/70, compie un tuffo nel passato, estetico ma anche sonoro. Il suo album d’esordio, intitolato  Stella Burns Loves You, ha visto la luce grazie a un contributo internazionale sulla piattaforma di crowfounding Pledgemusic.  È un disco che nasce per “amore, frontiera, blues, western, apocalisse, fantascienza, fiamme e vintage”: il la arriva quando compone il brano “Morricone” per la propria band, ma “il brano prende quasi subito una vita propria: nasce l’idea di sviluppare una natura di frontiera più autonoma e personale, fin dalla scrittura, che possa coinvolgere gli Hollowblue, ma contemplare anche altre collaborazioni. Nasce quindi il progetto Stella Burns e Morricone diventa l’undicesima traccia del disco”. Ma andiamo a conoscerlo più da vicino.

Gianluca, chi è Stella Burns?
Stella è l’estremizzazione di alcuni miei gusti musicali. È l’aver immaginato un territorio in cui, essendo questo un progetto solista, ho piena libertà. Anche di sbagliare.

Qual è stato il vero motivo per cui hai deciso di tentare l’avventura in solitaria?
L’idea di crearmi una identità musicale parallela è nata perché ho un flusso continuo di idee in testa e le persone con le quali collaboro a volte capita che non riescano a starmi dietro. Spesso non ci sono neanche i tempi materiali per poter fare tutto. Quando scrissi la canzone Morricone mi resi conto che avrei dovuto catalogarla per qualcosa di nuovo. Qualcosa che potessi gestire in autonomia con i miei tempi. Un contenitore che accogliesse tutto quello che mi passava per la testa. E così è nato Stella Burns.

Noto che tieni particolarmente al look, del resto interpreti un personaggio e ti presenti come un cowboy. Quanto conta per te l’aspetto esteriore?
Sono figlio degli anni 70, cresciuto a Bowie e lustrini. E sono anche un grafico. Se metto in piedi un progetto musicale non riesco a non pensare a un design del progetto stesso. Dalla grafica delle copertine, ai manifesti, ai video, all’aspetto sul palco e fuori dal palco. Questo perché l’immagine aiuta a veicolare e contestualizza il messaggio che si vuole trasmettere. Con la mia musica voglio portarti su un altro mondo, che tu puoi immaginare insieme a me ed esplorare. Fare il cowboy proveniente dallo spazio può sembrare pretenzioso, ma come dicevo prima vivo la musica anche come un gioco. Questo non significa finzione. In fondo vado a far la spesa vestito da cowboy e a Livorno forse non è una scena troppo comune.

Quanto è difficile fare il musicista in Italia?
Nessuna vera difficoltà se non la consapevolezza di partenza che con la musica, soprattutto con la musica cantata in inglese, in Italia ci siano poche possibilità di trasformare questa passione in un lavoro a tempo pieno. Non che non lo sia nella pratica, tutte le energie infatti confluiscono in quella direzione. Ma non avere venti anni e far musica con questo impegno costante è un privilegio dei ricchi o dei pazzi e io purtroppo ricco non sono. La cosa che ultimamente mi sconcerta è che negli ultimi anni sembra che abbia valore e sia degno di attenzione quasi solo un certo cantautorato italiano che si rifà in modo quasi pedissequo a quello degli anni 70. Come se ci fosse la paura di confrontarci con il mondo esterno. Non dico solo da parte dei musicisti, ma da parte del mercato stesso. Al contrario di molti paesi europei, neanche ci proviamo a esportare veramente la nostra musica indipendente. La stampa stessa è protezionista. Se io cantassi in italiano vorrei comunque che il mio disco venisse giudicato per quello che rappresenta e il posto che può avere nel mondo e non protetto come se fosse musica popolare.

Cos’è che generalmente ti ispira?
Mi ispira il cinema, quello che leggo, quello che vivo in prima persona e quello che ascolto. A volte racconto piccole storie, a volte descrivo delle immagini. Non ci tengo a scrivere dei racconti morali. Non devo convincere nessuno a passare dalla mia parte. Già il fatto di esser curiosi e creativi e non farsi schiacciare, credo che abbia un valore in sé. Un valore anche politico se vogliamo.

Se potessi scegliere di essere il protagonista di un romanzo, quale sceglieresti e perché?
Da sempre apprezzo Philip K. Dick e le sue visioni distopiche di un futuro che poi tanto futuro non è. Ha previsto molte delle cose che stiamo vivendo. C’è il protagonista di “scorrete lacrime disse il poliziotto” (Flow my tears, the Policeman said), romanzo del 1974, che è un cantante e conduttore televisivo che si risveglia un giorno privo della propria identità nonostante ne abbia memoria. Nessuno si ricorda di lui. Ecco, non vorrei mettermi nei suoi panni a dir la verità, ma da quando ero piccolo ho talvolta immaginato di svegliarmi nello stesso nostro mondo ma con delle distorsioni. Una sensazione che mi accompagna da allora. Come se dietro l’apparenza delle cose si nascondesse qualcosa di spaventoso perché sconosciuto e assolutamente non banale.

Quali sono le tue ambizioni legate a questo disco?
Quando ho scritto queste canzoni non pensavo neanche di pubblicarle. Non sapevo che destinazione avrebbero avuto. Poi piano piano è emerso il fatto che c’era un legame tra tutte, anche sonoro. L’utilizzo di strumenti musicali e microfoni del passato ha fatto si che mi calassi in un mondo nuovo per me e che questo diventasse la cifra stilistica del progetto. Ho avuto la fortuna di incontrare i ragazzi della Twelve Records che hanno creduto molto in questo disco. Ovvio che mi piacerebbe lo sentissero più persone possibili e mi piacerebbe poterlo portare in giro dal vivo in modo adeguato. La presentazione del disco a Livorno ha visto un gruppo di sette persone sul palco ed è stata una grande serata. Il live è il momento cruciale, quando hai di fronte le persone e leggi nei loro occhi se le canzoni trasmettono o no delle emozioni, al di là della resa su disco. Già alcune richieste stanno arrivando. La Francia sembra particolarmente ricettiva. Poi, come dice il mio amico Dan Fante (figlio del celebre scrittore americano di origini abruzzesi John, nda) ‘vorrei vederti in Texas vestito da cowboy con il tuo nome da donna a cantare queste canzoni davanti ad altri cowboy, certo più rudi di te!’.

Hai delle date in programma?
Sì, al momento sono sporadiche ma altre se ne stanno aggiungendo grazie a Pentagon Booking. Il 28 febbraio all’Alvin di Porto San Giorgio, il primo marzo a Cesena alla Rocca Malatestiana. Poi il 13 marzo a Lucca al McColloughs e il 28 marzo a Fucecchio, alla Limonaia. Comunque andando sul mio sito www.stellaburnslovesyou.com è possibile vedere tutti gli aggiornamenti.