Roma è fatta così. Isole che si avvicinano, senza mai fondersi. Spazi urbanizzati che sommandosi gli uni agli altri connotano quadranti della città. Qualche volta, interi municipi. Architetture, spesso modeste, che continuano a non essere parti di piani Urbanistici. Grandi cubature che saturano immensi spazi senza quasi contemplare luoghi di aggregazione. Una storia questa che si snoda senza grandi differenze da nord a sud, da una parte all’altra della città.

Anche per questo motivo dove esistono particelle verdi varrebbe la pena sforzarsi di creare dei parchi. Progettare interventi in grado di assicurare alla comunità la loro sopravvivenza. Impedendo che possano sparire anch’essi, inghiottiti da nuove compensazioni. Dall’ennesimo colpo di mano.

Così, quando nel 2008 fu annunciata la nascita del Parco Tiburtino Collatino, furono in molti ad esserne soddisfatti. Circa 30 ettari di verde pubblico, tra i quartieri Tiburtino, Casal Bertone, Portonaccio e Collatino nell’ex V Municipio e poi aldilà della A24, negli ex Municipi VI e VII. Il parco, abbandonato per anni, sarebbe tornato agli abitanti di quei territori così intensamente urbanizzati. Stabiliti i tempi dell’operazione, tra i 12 e i 15 mesi. Determinati il costi del primo stanziamento, 650 mila euro, e dell’intera operazione, 7 milioni di euro. Era la fine di febbraio. In un incontro in loco per celebrare l’evento, alla presenza della politica locale oltre che di Roberto Morassut, assessore all’Urbanistica, Dario Esposito, Assessore all’Ambiente, si diceva: “L’inizio dei lavori rappresenta la conclusione di un lungo percorso. Da anni i cittadini chiedevano che l’area fosse riqualificata e restituita al quartiere e finalmente questo immenso parco potrà diventare patrimonio della città. Sarà non solo un’area verde ma anche uno spazio di grande valenza archeologica (meta di visite guidate)”.

In realtà il traguardo era lontano. Solo alla fine del 2010 sul sito dell’ex V Municipio si dava notizia che “Nell’ambito della convenzione SDO-Tiburtino, le aree per il Parco Archeologico Tiburtino, nel quartiere di Portonaccio, sono state acquisite. Si tratta di superfici di circa 15 ettari che racchiudono un grande valore ambientale ed archeologico e che accresceranno la dotazione di verde pubblico attrezzato nelle zone di Pietralata, Casal Bruciato e Portonaccio”. Poi nel giugno 2011 una nuova inaugurazione. Con l’assessore ai Lavori pubblici del Comune, Fabrizio Ghera, a rilanciare la “valorizzazione di spazi pubblici di interesse collettivo” come la riqualificazione del Parco Tiburtino. Ad essere interessata una zona di 2 ettari, compresa tra via di Casal Bruciato e via dei Cluniacensi.

In realtà per giungere alla realizzazione del parco si è dovuto attendere fino al novembre del 2012. Nel frattempo i 400mila euro stimati sono diventati 500mila. Ma almeno quello spazio esiste.

A differenza di quello che accade per l’area compresa tra via dei Cluniacensi, la linea degli edifici sul lato di via di Gallia Placidia e la A24. Già, perché secondo il progetto iniziale il verde avrebbe dovuto raggiungere le corsie dell’autostrada. Ma poi, nell’agosto 2011 ecco i permessi nn. 475-476, 504-505 a costruire un edificio ad uso residenziale. Nell’ambito del Piano Particolareggiato Comprensorio Direzionale Tiburtino. Così alla fine del marzo 2012 l’inizio dei lavori da parte della “Gallia Placidia scarl”.
Mentre il cantiere procede spedito ci si può inoltrare in quel che resta del parco. Contrassegnato dall’abbandono oltre che da una piccola discarica esistente all’estremità di via dei Cluniacensi. La vegetazione infestante copre quasi ogni cosa. Tutto sembra in abbandono da tempo. Ma non da sempre. Si vede ancora una fila di lampioni, a distanze regolari. Prestando maggiore attenzione si scopre che si trovano lungo dei viali, glareati, e delimitati. Ogni cosa predisposta per l’utilizzo dello spazio. Che non c’è mai stato. Rinunciando anche alla valorizzazione dei resti archeologici noti all’estremità settentrionale dell’area. Il sepolcro circolare, del II secolo d. C., restaurato e coperto con una struttura moderna è ancora visibile. Anche se la vegetazione che è intorno, rischia di “inghiottirlo”. Comunque da tempo è il riparo di alcuni senza tetto della zona, utilizzo che ha provocato alcuni danni.

Va anche peggio per la villa di M. Aquilio Regolo, nei pressi del monumento funerario, i cui resti ormai da tempo non sono più visibili.

Un altro importante lotto del parco si trova ad est. Tra via Andiulli, via Borsa e il viadotto Serenissima. Un grande “rettangolo” nel quale dopo la perimetrazione con una staccionata lignea, sono stati di recente piantumati alberi, sistemate alcune panchine e realizzato un campo di calcetto. I resti di una villa con contrafforti, ripuliti dalla vegetazione che li ricopriva. Ma ancora in attesa di un risarcimento delle murature. Si spera di una pannellistica informativa. Il progetto del parco prevedeva l’inclusione anche di alcuni spazi aldilà della A24. Spazi di ben altro abbandono. Del quale varrà parlare in maniera più specifica in un’altra occasione.

Tanto già così ce ne è abbastanza per essere preoccupati. Già! Perché il Parco ancora non esiste. Se non nelle vecchie planimetrie conservate negli uffici del Comune e dei Municipi interessati. Così mentre in due aree si può passeggiare piacevolmente, nelle altre serve munirsi di machete per farsi largo tra la vegetazione, qualche volta, cumuli di rifiuti, qualche altra, scarichi di materiali edilizi. In queste condizioni, è evidente, l’archeologia, è poco più che una trascurabile presenza. Non solo non tutelata e non valorizzata. Molto peggio. Derubricata ad elemento di abbandono. Insomma obliterata, ma non cancellata. Eppure proprio lì, dove c’è il complesso riferito a M. Aquilio Regolo sono state impegnate risorse. A quel che si vede, sprecate. Con l’aggravante di una parte del verde sacrificata ad un nuovo condominio.

Legare insieme in modo sostenibile le isole di Roma non sembra ancora possibile. Per questo molte di esse continuano ad essere spazi nei quali rimanere “a forza”. Non per scelta, ma per necessità. Anche per questo Roma continua ad essere una città “sbagliata”.