L’ulteriore conferma dell’assenza di una politica industriale italiana è data dalla notizia, pubblicata dal Sole 24 Ore, che la franco-indiana Arcelor-Mittal voglia rilevare l’Ilva. Interesse, però, manifestato direttamente al governo italiano, con grande disappunto del quotidiano di Confindustria che lamenta, addirittura, una sorta di attentato alla proprietà privata. “Qualcuno dovrà prima o poi rivolgersi alla famiglia Riva per conoscere le sue intenzioni”. Peccato che quella famiglia sia la causa principale del dissesto del più grande insediamento siderurgico in Italia che oggi, dopo essere stato depredato in spregio alla salute della popolazione locale, si appresta a finire in una sorta di spezzatino indiano a opera di Mittal. La preoccupazione è doppia se si considera che proprio ieri gli operai della Lucchini di Piombino, altro grande insediamento siderurgico che ha fatto la storia dell’industria italiana, hanno occupato la direzione per protestare contro il rischio di blocco dell’altoforno. Un’eventualità che, se attuata, depotenzierebbe il sito con grave danneggiamento della trattativa che il commissario governativo Nardi sta portando avanti per la cessione.

Il quotidiano degli industriali ha invece ragione quando sottolinea, sempre nelle sue pagine di ieri, che le avventure straniere in Italia nel campo della siderurgia sono state quasi tutte fallimentari. La Lucchini fu ceduta alla russa Severstal che l’ha accompagnata sulla strada del fallimento. Una sorte ignota aspetta le Acciaierie di Terni prima vendute dalla Thyssen-Krupp ai finlandesi di Outokumpu e poi riacquistate senza finora aver prospettato un piano industriale. Ora c’è l’ipotesi di cedere l’Ilva o alcune sue parti. Le due considerazioni del Sole, però, fanno a pugni perché se da un lato si lamenta il fatto che lo Stato possa arrogarsi la decisione sul destino di un’azienda di proprietà privata, dall’altro si passano in rassegna i fallimenti di tutte le imprese private finora succedutesi in un settore delicato e strategico come quello siderurgico.

Ma allora, chiedere al governo, al Parlamento o a chiunque abbia a cuore il futuro industriale dell’Italia, di pronunciarsi nel merito sarebbe doveroso. Non si vuole più la siderurgia nel nostro Paese? La si chiuda e si lavori a una prospettiva modello Pittsburgh, negli Usa. Si pensa invece che vada garantita la tradizione italiana salvaguardando decine di migliaia di posti di lavoro? Allora si provi a costruire un minimo di progetto, un impegno percepibile come tale. Senza lasciare la sensazione che si possa scambiare l’Ilva con i “due marò”.

Il Fatto Quotidiano, 12 febbraio 2014