Per i 150 anni dalla nascita di Richard Strauss l’industria discografica ha organizzato festeggiamenti in grande stile, anche con la riproposta di classici di notevole portata storica. Per iniziare, è tornata in una nuova veste la fondamentale delle edizioni ‘complete’ delle opere per orchestra: quella di Rudolf Kempe con la Staatskapelle di Dresda. Mancano pochi lavori adolescenziali, e scoperte recenti, poca roba comunque, e può a giusta ragione definirsi un classico, mai andato fuori catalogo da quando uscì a metà degli anni ’70. Grandiosa realizzazione della Emi (ora Warner): orchestra straussiana quella di Dresda, se altre mai oltre i Wiener, vera e propria falange dallo splendido suono (Wagner la chiamava ‘l’acqua d’oro’) questo box rimane una pietra di paragone per qualunque altra incisione integrale dei poemi sinfonici straussiani.

Kempe non è mai arrivato alla statura mitologica di un Karajan, o di un Böhm, grandissimi straussiani senz’altro, ma che non hanno inciso che i ‘capolavori’ per orchestra, Kempe ha voluto invece essere esaustivo con risultati mirabili sia nei grandi ‘numeri’ come Ein Heldenleben, che interpreta con trascinante splendore fonico, sia nei capolavori della vecchiaia, come il secondo concerto per corno o lo splendido Duetto-Concertino mirabilmente cesellato, l’unica incisione a reggere davvero il confronto con quella altrettanto splendida di Ferenc Fricsay.

Vertice di questa piramidale costruzione è senza dubbio la resa grandiosa della Alpensymphonie. Kempe ci conduce in un percorso accidentato della sinfonia, irto di incredibili difficoltà tecniche, con la consumata maestria del grande virtuoso della bacchetta, traendo dalla compagine sassone una massa di suono e una tavolozza timbrica raramente eguagliate. L’unico confronto possibile rimane la stupefacente esecuzione di Karajan con i Berliner, incisione che ha, allo stesso modo, del prodigioso, per la resa sonora. Deve essere reso adeguato omaggio anche all’opera di rimasterizzazione cui sono stati sottoposti i nastri originali, che ha portato a nuovo splendore tutto l’insieme delle preziose registrazioni.

Altro ‘must’ in questo anno straussiano è per l’appunto il box che riunisce, a prezzi decisamente accessibili, le ultime registrazioni di Herbert von Karajan del grande monacense per DG. Sono le prove postreme, potremmo dire, del maestro: una selezione che rimane tuttavia di riferimento. Certo, lo Zarathustra Decca fine anni ’50 sarà più interessante di quello DG contenuto in questo box, anni ’80 e che, come un po’ tutte le incisioni dell’ultimo Karajan, risente di una certa zuccherosità, che però si perdona volentieri, vista la miracolosa resa timbrica e della dovizia di particolari che il direttore austriaco riesce a cavar fuori dai Berliner, specialmente in Heldenleben.

Chi vorrà ascoltare il migliore Don Quixote inciso da Karajan dovrà ritrovare l’incisione Emi con Rostropovich, o quella DG con Fournier, quella presente in questo boxino, con Meneses è onesta, ma niente di più, per la parte del violoncello solista. I Vier Letzte Lieder con la Tomowa-Sintow non hanno la dorata impalpabilità e morbidezza dell’incisione con la Janowitz, ma restano comunque una felice resa. Vertice assoluto dei 5 cd è senza dubbio il Don Juan: uno splendore sonoro ineguagliabile, il trillo degli archi nel finale ha del soprannaturale per compattezza e bellezza, cose che fanno ancora una volta pendere la bilancia a favore del grandissimo direttore austriaco, che al di là delle agiografie, ancora imperanti, andrà storicizzato e valutato senza superflue faziosità.

Una parentesi d’obbligo, da ultima, è costituita dalla celeberrima registrazione del 1941 di Heldenleben con la direzione di Willem Mengelberg ristampato dalla Dutton. E’ un doveroso omaggio, nell’anno straussiano, ad uno dei suoi interpreti d’elezione e dedicatario di quel poema sinfonico. Mengelberg non gode oggi di buona stampa, per le sue simpatie naziste, ma come interprete straussiano ha pochi rivali. Fortunatamente incise più volte l’opera e rimane una pietra angolare della discografia. Mengelberg, al contrario di tanti virtuosi della bacchetta odierni, ha un controllo della partitura spiccatamente classico, tranne poche sbavature un poco sentimentali di qualche portamento negli archi, e non punta tutto sulla potenza muscolare. L’orchestra del Concertgebouw lo segue rabdomanticamente. Sarebbe superfluo fare altri commenti estetici su una pagina di storia.