Capita di passeggiare per un bosco e di scoprire funghi mai visti prima. O di camminare in una città straniera e di cogliere dietro un vicolo qualcosa che ci stupisce: una chiesa sgangherata, un affresco scolorito incorporato nel muro come una lentiggine. Cose che nella guida turistica mica erano segnalate. Spesso accade anche nella propria città, di camminare verso l’ufficio e di ignorare lo splendore a portata di mano. Un albero smisurato. Un arco di tufo nascosto da un palazzo. E questa nuova scoperta un po’ ci sorprende, un po’ ci rimprovera: porta a galla tutto il tempo sprecato con i luccichii bugiardi, addita la superficialità del nostro sguardo fugace, l’indifferenza spicciola a cui la frenesia del mondo ci costringe.

E’ questo il destino della maggior parte dei libri, soprattutto quelli letterari – che invece hanno bisogno di sguardi lenti, di letture raccolte. E’ questo quello che mi succede quando m’imbatto in un libro che non conoscevo. Che mi stupisco, che mi rimprovero. Mi è successo anche quando ho incontrato La figlia dell’ottimista di Eudora Welty, edito da Fazi nel 2005 e tradotto da Isabella Zani .

Eudora Welty l’ho scoperta anni fa grazie al Premio Nobel Alice Munro, che in un saggio la identifica come una delle sue maestre. Vincitore del Premio Pulitzer nel ’73, il libro narra di Laurel Hand, una vedova che si reca a New Orleans per organizzare il funerale del padre, insieme con la giovane matrigna Fay, cresciuta in una provincia texana: una donna rabbiosa e diffidente, in lotta con una vita che le ha dato le cose sbagliate. Laurel e Fay si trovano ad affrontare lo stesso lutto con un dolore diverso, opposto e inconciliabile. Questo porterà Laurel a ripercorrere il tracciato della sua esistenza in un furioso percorso all’indietro: in una casa, in una notte, in un solo drammatico capitolo, si coagulano le ombre che hanno costretto Laurel non tanto a comprendere, quanto a ricostruire con precisione la propria memoria (Sopravvivere è la fantasia più strana di tutte). Le cucine di linoleum sono le stesse della Munro – quelle con le impronte lasciate dagli scarponi sporchi. Lo sguardo ha origine dallo stesso principio: un attento, lucido scandaglio del genere umano fino a ridurlo all’osso. Nello schizofrenico mondo editoriale, succede che è difficile trovare in giro questo libro. Anche se minimum fax ha pubblicato, nel 2009 e 2011, due saggi dell’autrice: Come sono diventata scrittrice e Una cosa piena di mistero con una bella prefazione di Carola Susani. E’ buffo, poter leggere dell’esperienza narrativa di uno scrittore senza poterne apprezzare la sua effettiva produzione letteraria. E’ inquietante.

La figlia dell’ottimista è un libro breve, che per atmosfere, ritmo e respiro si esprime con la potenza di un racconto lungo. E, una volta tanto, le distinzioni tra romanzo e racconto le voglio fare, perché a furia di sorvolare sulla meccanica di un testo, in Italia stiamo perdendo la forma del racconto, che pure vanta una tradizione preziosissima. Io, come lettrice, ho solo la parola per parlare dei libri come questo, la stessa attraverso cui le storie prendono forma; ed è da lì che ogni lettore deve ripartire. Dall’attenzione alla parola, al gesto lento della sua composizione, all’accudimento dell’orma che lascia. Se il mercato editoriale detta uno specifico andamento della letteratura secondo meccanismi fisiologici e di profitto, allora è anche il lettore che deve fare qualcosa. Passeggiare piano tra le pagine, masticarle lentamente, assorbirne le vitamine, i principi nutritivi, partecipare alla digestione; camminare tra i boschi in cerca di cose mai viste.