“Grasso ha chiesto la mia cacciata su ordine del suo direttore, Ferruccio de Bortoli. Sono colpevole di criticare Napolitano, il Papa delle larghe intese”. Gianluigi Paragone, conduttore de La gabbia su La 7, ce l’ha con il Corriere della Sera. Anzi, con il “corrierismo”, per mutuare un suo neologismo.

Aldo Grasso ha bollato il suo programma come “il peggior talk show dei bar di Caracas” e si è rivolto al suo editore Urbano Cairo, patron di La7 e del Torino, definendola “peggio di D’Ambrosio”, giocatore appena ceduto all’Inter. Lei su “Libero” lo ha accusato di aver chiesto la sua cacciata. Ma perché lo avrebbe fatto?
Grasso ha ricevuto una precisa “comanda” da De Bortoli, direttore illuminato. Agli occhi del Corriere rappresento l’antisistema, perché mi permetto di criticare Napolitano. E l’antisistema al giornale dei poteri forti e delle larghe intese non va bene.

Pensa che a via Solferino siano arrivate telefonate dall’alto?
Non credo. Semplicemente il sistema combatte tutto ciò che non è allineato.

Ha riscontri sull’ordine di de Bortoli?
No, ma sono convinto che ci sia stato. D’altronde i giornalisti del Corriere mi attaccano spesso. Pierluigi Battista e Antonio Polito scrivono sempre tweet in cui prendono in giro la mia trasmissione, soprattutto quando parlo del Quirinale. E tutti, compreso De Bortoli, hanno rifiutato gli inviti nella mia trasmissione.

Battista ha twittato anche oggi (ieri, ndr): “Paragone scrive che siamo gli strumenti dei poteri forti. Te ne eri accorto Polito? Io no”.
Ho risposto: “Il declino di Battista e Polito, costretti a venir dietro al conduttore del peggior talk: #godo”.

Le rimproverano di fare un proforgramma volgare, trash.
Grasso mi ha dato del populista, ma non mi offendo. La linea della trasmissione è giusta: una voce malpancista e anche un po’ tamarra serve, perché nella tv italiana è tutto uguale. E infatti il programma va bene: abbiamo un ascolto medio del 4,3 per cento, con un milione di spettatori. Il tema è un altro. Ovvero? Si usano due pesi e due misure. Quando Grillo attacca i giornali tutti si scandalizzano. Se un militante di Cinque Stelle brucia un libro di Augias piovono condanne. Ma se un giornalista chiede la chiusura di un programma e la cacciata di un collega va tutto bene.

Grillo è un politico, Grasso è un critico televisivo: giudicare è il suo lavoro.
Tutti hanno diritto di critica, non solo i giornalisti. E comunque Grasso può scrivere che La gabbia gli fa schifo, ci sta. Quello che trovo enorme è invitare il mio editore a licenziarmi.

L’ha cercato per un chiarimento?
No, non sarebbe stato opportuno. Voglio dire però che per Grasso provo tenerezza. È costretto a guardare tutto il giorno la tv: sai che noia.

Dopo il pezzo Cairo l’ha chiamata?
No. Né lui né Paolo Ruffini (il direttore di rete, ndr) hanno mai messo bocca nella linea del programma.

Tra le altre cose, Grasso le imputa di corteggiare i grillini dopo essere stato leghista.
Io sono entrato in Rai in quota Lega, è verissimo. Ho un passato in giacca e cravatta, conosco la tv telecomandata. Poi però mi ha fatto schifo e me ne sono andato, lasciando un posto da vicedirettore. Ho scelto di fare un altro tipo di informazione.

Lei è grillino?
Non voto da un po’, ma mi piace l’entusiasmo di Grillo e dei suoi parlamentari. Credo che facciano benissimo la pars destruens: devono fare meglio la construens , partecipando alle decisioni.

da il Fatto Quotidiano di domenica 9 febbraio 2014