A fine dicembre i tavoli di crisi ufficialmente aperti in tutto il Paese erano oltre 150. Da allora le croci del lavoro che ilfattoquotidiano.it ha iniziato a mappare non hanno fatto che moltiplicarsi, tanto che starci dietro è un’impresa. Basti pensare al caso dell’Electrolux, che dopo la proposta di decurtazione degli stipendi degli operai, ha minacciato di chiudere il sito di Porcia e solo da poche ore ha annunciato una marcia indietro ancora tutta da verificare con la prova dei fatti. O allo stabilimento della Galbani in provincia di Bergamo, ritenuto di troppo dai francesi della Lactalis. Proprio mentre si aprono le incognite di grandi marchi del made in Italy che passano in mano a gruppi stranieri come Poltrona Frau, venduta da Luca Cordero di Montezemolo nei giorni scorsi a un fondo Usa.

Ma oltre al dato economico, dietro ad ogni fabbrica che chiude o rischia di chiudere, ci sono centinaia di storie di disperazione. Dal disoccupato che mente agli amici perché si vergogna della sua situazione, all’imprenditore che suo malgrado è stato costretto a licenziare i dipendenti con i quali aveva mandato avanti l’azienda di famiglia. Dall’impiegato in cassa integrazione di una società che però continua a mantenere a bilancio svariati dirigenti, al dipendente “mobbizzato” con un trasferimento non insostenibile dal punto di vista economico. E ancora, l’esercito degli “invisibili”, i disoccupati over 50 per cui la ricollocazione è solo un’utopia. E i tanti giovani, per i quali precaria diventa la vita. Tanto che il lavoro in Italia, più che un diritto, sembra essere ormai un privilegio. Ecco alcune delle storie che ci hanno mandato.

Matteo: “Mento ai miei amici perché mi vergogno” – Matteo, ligure poco più che trentenne, ha lavorato a lungo per i cantieri navali della sua città. Poi, come tanti, è stato travolto dalla disoccupazione. “Oramai sono da quasi un anno a casa senza stipendio, grazie a Dio vivo con i miei”, racconta. Il lavoro gli manca tanto. Soprattutto, però, gli manca una vita. “Non ho mutuo né fidanzata e né tantomeno figli. È triste scriverlo ma forse è meglio così. Con i miei amici ormai mento da tre anni … dico sempre che sono fuori città a lavorare, così evito di uscire la sera e spendere soldi. Mi vergogno molto a scrivere queste cose ma è la verità”.

Luigi: “Noi operai in cassa integrazione, ma per i dirigenti i soldi ci sono” – Luigi scrive dalla Campania. Racconta una storia in cui la crisi non è uguale per tutti. Lui è (o forse sarebbe meglio dire era) uno dei 18 dipendenti, attualmente da 3 anni in cassa integrazione di una società di sviluppo e programmazione economica nata 15 anni fa per favorire lo sviluppo e creare nuova occupazione. Luigi rivendica la bontà dell’operato svolto: “I risultati sono stati molto positivi. I dipendenti della società in circa 15 anni hanno gestito risorse per oltre 200 milioni di euro senza mai avere neanche un avviso di garanzia”. E garantendo sempre un buono sfruttamento dei fondi. Nonostante ciò, però, negli ultimi anni la società è stata bloccata in tutte le sue attività. “I sindaci si lamentano per la cronica carenza di fondi, ma coloro i quali avevano una certa capacità di far arrivare soldi al territorio sono stati mandati a casa. E la cosa più grave è che la società si trova con i dipendenti in Cig (quasi tutti a zero ore) ma con un consiglio di amministrazione che remunera mensilmente ben due componenti e un dirigente”.

Stefano: “Costretto a licenziare le persone con cui ho diviso la mia vita” – L’altra faccia della crisi è quella che tocca gli imprenditori. Non tutti padroni senza scrupoli. Stefano, in queste settimane, si trova a dover mandare a casa lavoratori che per lui erano molto più che semplici impiegati. “Sono uno dei piccoli imprenditori della moda italiana, per trent’anni onestamente ho dato lavoro a 12 dipendenti e una cinquantina di indiretti. Adesso mi trovo costretto a licenziare le persone con cui ho diviso la mia vita. La colpa? Delle banche, a cui non interessa più prestare soldi alle imprese. Dello Stato, che ha succhiato a noi onesti le ultime risorse e che non ha saputo tutelarci dalla concorrenza sleale. Del costo triplicato negli anni dei contributi. Basterebbe una imposizione seria per rimettere le cose in carreggiata. Ma questa è roba da Paesi normali, che difendono i loro lavoratori”.

Orfeo: “Ero tornato in Italia, le tasse mi hanno fatto scappare di nuovo” – La pressione fiscale scoraggia anche chi, dopo una vita trascorsa all’estero, sognava magari di tornare nel suo Paese. È successo a Orfeo. Nel 2011, a quasi 50 anni e dopo aver fatto fortuna altrove, aveva deciso di rientrare in Italia. “Volevo stare vicino ai miei genitori anziani. E anche dare una mano al mio Paese in un momento difficile”. Le condizioni erano favorevoli, aveva anche ricevuto una richiesta di cooperazione da parte di un’azienda importante. “Mi sono convinto e mi sono aperto una partita Iva”. Il risultato? Pessimo: “In due anni ho fatturato 40mila euro, 27mila dei quali se ne sono andati fra tasse ed anticipi. Praticamente non ho guadagnato nulla”. La conclusione è scontata: “Ho chiuso la partita Iva e mi sono trasferito all’estero nuovamente, dove guadagno benissimo, quasi 5mila euro al mese. Non vengo tartassato da uno Stato ingordo e posso pianificare il mio futuro in modo tranquillo. In questo Paese non pagherò mai più un centesimo di tasse”.

Giovanni: “Un trasferimento impossibile” – Anche Giovanni un lavoro ce l’aveva. A luglio, però, cambia tutto: “Hanno disposto il mio trasferimento permanente in un’altra città con motivi pretestuosi, hanno assunto un quasi 60enne al mio posto, raccomandato da un dirigente”. E per far fronte al trasferimento forzato nessun aiuto. “Ho chiesto la riduzione dell’orario ma niente, ho chiesto il rimborso spese e mi han detto di arrangiarmi. Avendo uno stipendio di 1.080 euro non posso spenderne 1.700 come ho calcolato di spese viaggio e pranzo. Mi hanno offerto 3.600 euro per licenziarmi. Altri miei colleghi hanno accettato, io sono andato in causa ma so già come finirà…”.

Antonio: “Non esiste più neanche la solidarietà fra colleghi” – Alla delusione professionale, spesso si accompagna quella umana. La crisi a volte scatena guerre fra poveri e cancella i rapporti di amicizia fra colleghi. “La mia impresa – racconta Antonio – non ha completamente chiuso i battenti: la metà circa è ancora dipendente. Ma qui è successa una cosa strana. Vi era gente che fino a qualche mese ti salutava con trasporto ma adesso, rivedendoti, sembra quasi tu sia un appestato che fanno finta di non conoscere. Loro sono fortunati ad aver mantenuto il posto, ma pochi, anzi pochissimi, meritano rispetto”. Senza contare le amare sorprese. “Le regole del gioco son bizzarre; questo si può capire ma si capisce meno l’esser trattati da perfetto idiota – racconta – contrattare e discutere sul rientro dalle vacanze estive, nonostante il tuo responsabile sapesse che al ritorno avresti trovato l’attività produttiva terminata, ti fa sentire molto male. Ti viene da pensare che sia una tattica per trovarti più debole ad affrontare la situazione al ritorno!”. E la deludente classe dirigente: “Ancora peggio ti fa sentire e capire che nonostante lo conoscessi da 6 anni, accorgerti che il direttore responsabile della sede, manco sa in cosa consiste il tuo lavoro… e meno male che dovrebbe tirar fuori dalla crisi la sede stessa… – conclude – questo è la conferma e metafora di una classe dirigente che ci ha portato in questa situazione ed è ancora lì perché si ritiene in grado di risolverla…”.

Mario: “Per i privati over 50 nessuna tutela” – La disoccupazione giovanile è un problema ormai cronico dell’Italia. Ma non va meglio a chi si ritrova senza lavoro a carriera inoltrata. È successo a Mario. “Appartengo a quella parte “invisibile” della società che sono i disoccupati over 50. Difficilmente si parla di noi, siamo lasciati da tutti al nostro destino. Essendo una ex partita Iva non ho diritto a niente: cassa integrazione, mobilità, sussidi, nulla. I sindacati manco sanno chi siamo. Però molti di noi hanno famiglia e figli e sono costretti a farsi mantenere da genitori ultra 80enni. Io mi risparmio questa umiliazione avendoli purtroppo persi da ragazzo”. Mario non si è però dato per vinto, ma i risultati non arrivano. “Ho cercato di riciclarmi, mi sono rimesso a studiare a 51 anni suonati, ma per ora non vedo ancora prospettive di lavoro. Prima di mettermi in proprio, ero un dirigente amministrativo e del personale – racconta – ho una laurea in Economia conseguita in Bocconi ormai quasi 30 anni fa e mai mi sarei immaginato che mi sarei ritrovato in queste condizioni. Ecco, sì, questa è la mia storia, comune a quelle di molti altri, ma di noi nessuno parla, né i partiti (tranne Renzi), né i sindacati (amen), non disturbiamo nessuno con manifestazioni di piazza, abbiamo ancora un minimo di dignità, anche se non so ancora per quanto”.

Annarita: “La mobilità non funziona” – L’inefficacia delle politiche di reinserimento nel mondo nel lavoro è un’altra delle grandi questioni sulle quali c’è bisogno di un intervento. Annarita, 52enne, dopo anni di cassa integrazione d’ogni tipo, è entrata in mobilità nel marzo del 2012. Ma a quasi due anni di distanza non è ancora riuscita a trovare un’occupazione degna di questo nome. “Ho lavorato 5 giorni a Terni, poi 15 in una cucina di una caserma come cuoca, ma questa non è vita. Ci hanno fatto fare dei corsi ma sono una gran presa in giro: non servono a nulla, non ti danno nessuna qualifica, è solo un magna magna delle aziende che li gestiscono. Sono stata costretta a lasciare la casa e adesso ho trovato ospitalità in un convento. Poteva andarmi peggio, in fondo. Ma senza lavoro non c’è dignità né sopravvivenza”.

Angelo: “Riqualificarsi è inutile” – Molto simile la storia di Angelo. Aveva un laboratorio di sviluppo e stampa fotografica, fallito “sia per la crisi del settore sia perché lo Stato è diventato un partner obbligatorio che ostacola in ogni direzione”. Una volta disoccupato Angelo non è rimasto con le mani in mano, sperando di poter trovare presto una nuova occupazione: “Ho utilizzato il mio tempo per, come si dice oggi, riqualificarmi. Mi sono iscritto alla Sapienza di Roma, mi sono laureato in tre anni con 110/110 in prevenzione e sicurezza sul lavoro. Ma ho soltanto potuto sperimentare sulla mia pelle l’inadeguatezza dell’università e il fatto che la riqualificazione non serve per lavorare. Né per me che ho 53 anni, né per i miei colleghi, alcuni molto bravi e preparati, che hanno 23/ 25 anni. Sono stanco, ma non mollo. Se necessario anche io andrò a fare cose nuove in qualche altro Paese, il mondo ormai è tutto raggiungibile. È non è una fuga (di cervelli o di mestieri o di aziende) bensì l’affermazione di libertà e di dignità”.

Ivo: “Grazie Fornero: niente pensione ai vecchi, niente lavoro ai giovani” – E poi ci sono i colpiti dalla riforma Fornero. Ivo, come tanti altri, ha perso il lavoro a causa del fallimento della sua azienda. A 56 anni, però, con la mobilità avrebbe potuto facilmente raggiungere i 40 anni di contribuzione e la pensione. Una speranza cancellata dalla riforma del 2011. “Sono senza lavoro, senza la possibilità di ricollocarmi, né quella di andare in pensione. Se oggi denunciamo una cosi alta disoccupazione giovanile la causa è anche questa, la riforma Fornero non libera posti di lavoro. E lasciare sessantenni senza reddito e giovani senza lavoro va contro ogni qualsiasi logica di ripresa economica”.

Mirko: “Con il precariato si muore dentro” – I più colpiti dalla mancanza di lavoro, però, restano probabilmente i giovani. Disoccupazione o contratti senza dignità: così la vita diventa precaria. Mirko a quasi quarant’anni vorrebbe essere un adulto. Non lo è professionalmente, nonostante 14 anni di lavoro saltuario nel settore del turismo: “Guadagno in media sui 300 euro al mese, non posso farmi una famiglia, non posso fare programmi superiori alla settimana”. Anche perché le agenzie interinali disdicono i contratti senza preavviso né spiegazioni. “Eppure mi avevano ingaggiato, mi ero fatto 15 chilometri per andare a firmare il contratto … e non mi posso togliere nemmeno la soddisfazione di inkazzarmi per paura che poi non mi chiamano più’….e non pensiate che io faccia un lavoro per il quale valga la pena darsi i “pizzicotti sulla pancia”… faccio il lavapiatti, se son fortunato qualche giorno da facchino … e poi mi devo vedere la Fornero che ci definisce schizzinosi…”, racconta precisando di essere sono diplomato ragioniere con la valutazione di 60/60. “I sindacati – conclude – parlano solo dei dipendenti delle grandi aziende. I politici parlano di chi gli può portare voti in determinati momenti. I giornalisti teorizzano. Noi, intanto, muoriamo dentro”.

Tante testimonianze, diverse ma in fondo tutte uguali, di un’Italia del lavoro che non funziona. Continuate a raccontarcele scrivendo a redazioneweb@fattoquotidiano.it mettendo nell’oggetto Mappa della crisi.

@lVendemiale