Scena quasi spoglia. Solo una scrivania, una poltrona e un paio di sedie. E tanti trucchi: quelli che servono ad una ragazza per mascherarsi e mostrarsi alle telecamere della casa più spiata d’ Italia. Lo spettacolo teatrale “Cuor di coniglio. Rivelazioni di una sopravvissuta al Grande Fratello” -che debutta a Roma in questi giorni- è tratto dall’omonimo romanzo pubblicato nel 2010 e rimasto in cima alle classifiche dei libri più venduti on line per diverse settimane.

A raccontarsi è Letizia Letza che descrive la sua esperienza all’interno della casa del Grande Fratello. Esperienza che lei stessa definisce, per molti versi, traumatica.

Letizia non fa sconti: racconta i provini mai fatti e la cattiveria incontrata fuori e dentro la casa.

Ma cosa l’ ha spinta a partecipare a questo reality show? Sicuramente l’ambizione, la voglia d’apparire, l’ingenuità e la necessità. Sì, anche la necessità. Dopo tanti anni di dura gavetta teatrale -senza mai guadagnare- Letizia partecipa al Grande Fratello per mettere via la cifra necessaria per raggiungere il suo sogno: prodursi uno spettacolo teatrale.

Ma non ha fatto i conti con la dura legge della televisione: volutamente vengono montate alcune frasi, alcune scene e tu ti ritrovi cucito addosso un abito che non è il tuo. E non è facile, quando esci, scrollarti di dosso un’ immagine che non ti appartiene.

Quell’abito non è un abito teatrale, non è un costume che ti puoi togliere finita la rappresentazione. All’inizio sei accecato dal desiderio di apparire e con ingenuità non  pensi ai risvolti. Poi però devi attraversare indenne un inferno mediatico, che non è cosa facile. “Ma che sono? Un coniglio? Mi vivisezionano?” si chiede la protagonista.

Scrivere e poi interpretare “Cuor di coniglio” allora diventa una necessità.

La musica dal vivo diviene un personaggio che dialoga, si scontra e guida la protagonista in questa catarsi. Lo spettacolo è il viaggio nel suo mondo, in un susseguirsi di eventi  drammatici, folli e a volte comici. Si sorride in alcuni momenti e questo è importante. Molière diceva infatti che quando vai a teatro e vedi una tragedia ti immedesimi, partecipi, piangi e poi vai a casa contento, pensando che hai pianto bene. Questo ti basta e dormi rilassato. Ma il messaggio ti scivola addosso, come acqua sul vetro. Mentre per ridere ci vuole intelligenza, acutezza. Ti si spalanca nella risata la bocca, ma anche il cervello e nel cervello ti si infilano i chiodi della ragione. E’ cosi: questo spettacolo coinvolge e fa riflettere. Merita davvero di essere visto. Al Teatro Biblioteca Quarticciolo, per la regia di Alberto Alemanno.